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Washington straccia il multilateralismo: strappo Usa su 66 accordi

- di: Bruno Legni
 
Washington straccia il multilateralismo: strappo Usa su 66 accordi

Duro attacco al diritto internazionale, Rubio guida la svolta e il fronte conservatore applaude.

L’America alza il ponte levatoio e manda un messaggio al mondo: il multilateralismo, così com’è, non serve più. O meglio, serve contro gli Stati Uniti. Con un annuncio che segna una delle più radicali svolte diplomatiche degli ultimi decenni, l’amministrazione guidata da Donald Trump ha comunicato l’uscita da 66 organizzazioni e accordi internazionali, bollati come costosi, inefficienti e ideologicamente ostili agli interessi americani.

A mettere la firma politica sull’operazione è il segretario di Stato Marco Rubio, figura considerata tra le più istituzionali del fronte repubblicano, che l’8 gennaio 2026 ha illustrato le ragioni della scelta durante un briefing ufficiale al Dipartimento di Stato. Una data destinata a restare, perché segna il punto di rottura più netto tra Washington e l’architettura multilaterale costruita dal secondo dopoguerra in poi.

«Non è più accettabile continuare a versare risorse, sangue e capitale politico in istituzioni che non restituiscono nulla al popolo americano», ha dichiarato Rubio, definendo molte di queste organizzazioni “sprecone, ridondanti, mal gestite e catturate da agende ideologiche”. Nel mirino finiscono programmi legati a clima, inclusione, parità di genere e governance globale, accusati di promuovere una visione progressista scollegata dagli interessi nazionali degli Stati Uniti.

Secondo il segretario di Stato, ciò che un tempo era nato come un sistema pragmatico di cooperazione internazionale si è trasformato in una “architettura di potere globale” che limita la sovranità americana. Una critica che affonda le radici nella tradizione repubblicana ben prima dell’era Trump: già sotto George W. Bush, all’inizio degli anni Duemila, Washington aveva preso le distanze da protocolli climatici e ridotto i finanziamenti a diverse agenzie delle Nazioni Unite.

La novità, oggi, è la scala dell’operazione e la sua cornice ideologica. L’amministrazione Trump rivendica apertamente lo smantellamento di quello che Rubio definisce “il complesso delle ONG multilaterali”, lo stesso universo che – secondo la Casa Bianca – avrebbe sostenuto politiche ostili agli Stati Uniti e legittimato governi autoritari.

Non a caso, appena ventiquattro ore prima dell’annuncio ufficiale, il Wall Street Journal pubblicava un editoriale destinato a fare da colonna sonora teorica alla scelta americana. Il pezzo, uscito il 7 gennaio 2026, smonta senza mezzi termini il mito del diritto internazionale come strumento imparziale, descrivendolo come un’arma spesso brandita da regimi autoritari contro le democrazie occidentali.

«Il diritto internazionale è diventato il miglior alleato dei tiranni», sostiene il quotidiano conservatore, citando il caso del Venezuela come esempio emblematico. Secondo l’editoriale, l’arresto del leader venezuelano Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi sarebbe stato immediatamente bollato come illegale da una costellazione di governi e organismi internazionali, molti dei quali accusati di chiudere gli occhi su violazioni ben più gravi quando a commetterle sono regimi amici.

Nel mirino finiscono le reazioni delle Nazioni Unite, della Cina e della Russia. Il segretario generale António Guterres ha espresso “profonda preoccupazione” per il rispetto delle regole internazionali, mentre Mosca e Pechino hanno parlato apertamente di violazione della sovranità venezuelana. Una posizione che il giornale definisce ipocrita, ricordando come proprio Russia e Cina ignorino sistematicamente sentenze e risoluzioni internazionali quando ostacolano i loro obiettivi strategici.

L’editoriale richiama anche un nodo giuridico centrale: l’Articolo 2 della Carta dell’ONU, che vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale di uno Stato. Ma la domanda posta è brutale: può dirsi sovranità quella di un regime che ha rubato le elezioni? Nel 2024, ricorda il giornale, il leader dell’opposizione Edmundo González aveva ottenuto un chiaro mandato popolare, poi neutralizzato dal potere di Maduro con l’appoggio di apparati militari e alleati stranieri.

Secondo questa lettura, l’azione americana potrebbe rientrare persino nel diritto all’autodifesa, evocato già nel 1989 per giustificare l’arresto del dittatore panamense Manuel Noriega. Un precedente ricordato anche da un parere del Dipartimento di Giustizia dell’epoca, firmato da Bill Barr, che sottolineava come la decisione sull’uso della forza resti una prerogativa politica, non giudiziaria.

Le critiche non si sono fatte attendere. Negli Stati Uniti, il deputato democratico Jim Himes ha avvertito che l’operazione potrebbe offrire a Vladimir Putin e Xi Jinping un pretesto per nuove aggressioni. Ma la replica conservatrice è tagliente: Russia e Cina non aspettano certo il via libera di un’interpretazione giuridica per agire, come dimostrano l’Ucraina, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale.

Il messaggio che emerge, tanto dalle parole di Rubio quanto dall’analisi del Wall Street Journal, è netto: il diritto internazionale senza deterrenza è carta straccia. Le risoluzioni non fermano carri armati né milizie, mentre la forza militare – se credibile – può ancora influenzare i calcoli delle potenze autoritarie.

Per l’amministrazione Trump, la scelta di uscire da 66 organismi internazionali non è un ripiegamento isolazionista, ma una ridefinizione dei confini della cooperazione. «Cerchiamo collaborazione solo quando serve davvero al nostro popolo», ha ribadito Rubio. Il resto, nella nuova dottrina americana, è ideologia, spreco e illusione.

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