Scadono i sussidi federali, i premi schizzano e l’America rurale teme il conto più salato. La sanità torna una mina politica per Donald Trump e i repubblicani.
(Foto: Robert Kennedy jr, segretario di Stato Usa alla Salute).
Il conto arriva puntuale, e non perdona: con la fine dei sussidi federali che negli ultimi anni hanno alleggerito il prezzo delle polizze sanitarie, milioni di americani entrano nel 2026 con una domanda secca sul tavolo della cucina: restare assicurati o rinunciare. La stima più citata parla di circa 12 milioni di persone a rischio perdita di copertura o di un drastico ridimensionamento della protezione sanitaria, perché l’aumento dei premi può diventare semplicemente ingestibile.
Il punto non è solo “quanto costa” una polizza. È cosa succede quando l’assicurazione salta: visite rimandate, farmaci tagliati, screening cancellati, urgenze affrontate troppo tardi. La sanità americana è già un sistema a più velocità; la scadenza dei sussidi rischia di trasformarla in un sistema a strappi, dove l’accesso alle cure dipende ancora di più dal CAP, dal reddito e perfino dalla distanza fisica dal primo ospedale disponibile.
Nel frattempo, la Casa Bianca spinge su una linea di riduzione dell’impronta federale nella spesa pubblica. In questo quadro si colloca il pacchetto di tagli prospettato per i prossimi anni, con un impatto particolarmente pesante su Medicaid, il programma che sostiene l’assistenza sanitaria delle persone a basso reddito. In un sistema “misto” (pubblico e privato insieme), quando la quota federale si restringe, l’effetto non resta confinato a Washington: si propaga agli Stati, alle strutture sanitarie e, alla fine, ai pazienti.
È nelle contee rurali che la crisi rischia di diventare cronaca quotidiana. Qui il margine è già sottile: pochi medici, reparti ridotti, pronto soccorso che regge con personale contato. Negli ultimi anni molte comunità hanno visto sparire ospedali o servizi essenziali; in diverse aree, la maternità è diventata un “lusso logistico”, con donne costrette a viaggiare a lungo per partorire in sicurezza. Se i fondi calano ancora e i pazienti assicurati diminuiscono, per molti piccoli ospedali la matematica è spietata: meno entrate, più debiti, chiusura.
Un caso simbolico è l’Arkansas, roccaforte conservatrice dove gli indicatori sanitari sono già fragili. In alcune fasce della popolazione, l’accesso alle cure e la salute materna restano problemi strutturali, aggravati da povertà, distanze e carenza di servizi. È qui che l’effetto “a catena” dei tagli può essere più evidente: quando l’unico ospedale nel raggio di decine di chilometri riduce i reparti o abbassa le ambulanze, non è una statistica. È un viaggio in più. È un’ora in più. A volte è un rischio in più.
La lettura più netta arriva da chi studia politiche sanitarie: Kimberly MacPherson, docente all’Università di Berkeley, descrive la fase come un cambio di paradigma su cosa debba fare (o non fare) lo Stato. “Quando il governo centrale taglia la spesa, l’effetto si riversa su tutto il sistema e tutti devono adattarsi in fretta”. Il punto, spiega, è che in un sistema dove il governo è uno dei principali finanziatori, la riduzione dei fondi non resta un fatto contabile: diventa una pressione sulle cure reali, sui tempi di attesa, sulle prestazioni offerte.
Sulla platea più esposta, MacPherson è tranchant: “I tagli si faranno sentire soprattutto su Medicaid, e l’impatto sulla possibilità di accedere all’assistenza sanitaria sarà enorme per gli americani più poveri”. Negli anni dell’Affordable Care Act il numero dei non assicurati si era ridotto; ora il timore è che una parte di quei progressi venga erosa rapidamente, tra premi in salita e coperture che diventano troppo care proprio per chi ne ha più bisogno.
La politica, naturalmente, annusa il rischio. Perché la sanità non è solo un tema di principi: è un tema di bollette. E le bollette, negli Stati Uniti, spesso decidono i voti più delle grandi dispute ideologiche. Se l’aumento dei costi si incrocia con inflazione, affitti e salari che non tengono il passo, la frustrazione può colpire anche elettorati tradizionalmente fedeli al Partito Repubblicano, soprattutto nelle contee rurali.
È qui che la partita delle midterm diventa più interessante: il tema “cure e assicurazioni” può trasformarsi in una cartina di tornasole della promessa di governo. MacPherson lo riassume così: “Saranno i problemi quotidiani, quelli di cui si discute a tavola, a fare la differenza”. Se il costo della sanità viene percepito come fuori controllo, la responsabilità politica rischia di ricadere su chi governa, anche laddove l’identità di partito è radicata.
Intanto, a Washington si moltiplicano le pressioni per trovare una via d’uscita, con segnali di nervosismo anche dentro la maggioranza. Non mancano tentativi di spostare l’attenzione su soluzioni “di mercato” o su trattative con il settore assicurativo; ma ogni ipotesi si incaglia tra conti pubblici, equilibri interni e temi divisivi che, negli Stati Uniti, finiscono spesso per intrecciarsi alla sanità.
Un altro fronte si muove nelle aule giudiziarie e nelle politiche statali: le decisioni sui finanziamenti a organizzazioni come Planned Parenthood e l’accesso ai servizi di salute riproduttiva possono ridisegnare l’offerta sanitaria locale, soprattutto per fasce a basso reddito. In un Paese dove la rete di assistenza è frammentata, ogni taglio o esclusione non è mai “solo simbolica”: cambia davvero cosa è disponibile per chi vive lontano dai grandi centri.
Il risultato è un quadro coerente e inquieto: sussidi in scadenza, premi più alti, Medicaid sotto stress, ospedali rurali che tremano e una campagna politica che rischia di essere dominata da una domanda semplice quanto esplosiva: quanto costa, oggi, ammalarsi in America?