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Pirelli, dossier Sinochem: Roma accelera per salvare l’America

- di: Bruno Legni
 
Pirelli, dossier Sinochem: Roma accelera per salvare l’America
Pirelli, dossier Sinochem: Roma accelera per salvare l’America

Tra scadenze USA, sensori “intelligenti” e golden power, la partita si gioca su governance e controllo: l’obiettivo è togliere l’ombra cinese prima che arrivi la stretta.

(Foto: Marco Tronchetti Provera, Vicepresidente esecutivo di Pirelli e Amministratore delegato di Camfin, la holding italiana che è secondo azionista di Pirelli).

La sfida è tutta in una domanda, semplice solo in apparenza: come fa Pirelli a restare pienamente “ammissibile” negli Stati Uniti mentre il suo primo azionista, Sinochem, viene percepito a Washington come un rischio tecnologico e geopolitico? Nelle ultime ore, secondo ricostruzioni convergenti, il pressing è salito di tono: non più solo schermaglie tra soci e note di compliance, ma un tentativo strutturato di chiudere (o almeno sterilizzare) il capitolo cinese prima che le nuove regole americane trasformino un vantaggio industriale in un boomerang commerciale.

Il punto di partenza è la quota: Sinochem oggi è indicata come primo azionista con circa il 34,1% del capitale, dopo una recente diluizione legata alla conversione di un bond. Non è un dettaglio da nota a margine: per Pirelli gli USA pesano in modo significativo sui ricavi e, soprattutto, sono il mercato dove si vendono i prodotti premium e le tecnologie più “sensibili”, quelle che fanno la differenza anche in termini di dati.

E qui entra in scena la tecnologia che ha reso il dossier esplosivo: i pneumatici con sensori e funzioni di dialogo con l’auto connessa, spesso riassunti sotto l’etichetta Cyber Tyre. Parliamo di componenti capaci di raccogliere e trasmettere informazioni in tempo reale (dalla dinamica di marcia a parametri utili a sicurezza e performance). In un mondo normale sarebbe il poster della mobilità intelligente. Nel clima attuale, invece, è la lente d’ingrandimento con cui le autorità americane leggono il rischio: se hardware e software hanno legami con “avversari esteri”, il tema non è più l’innovazione, ma la catena di fornitura e l’accesso ai dati.

La cornice normativa negli Stati Uniti è già stata messa a terra: il Dipartimento del Commercio, tramite il circuito del BIS, ha finalizzato regole sui “connected vehicles” che alzano la barriera per software e componenti legati a Cina e Russia, introducendo anche obblighi di dichiarazione di conformità per chi opera nel perimetro. Il calendario e i dettagli tecnici sono complessi, ma l’effetto politico è chiarissimo: l’auto connessa è diventata materia di sicurezza nazionale. E quando la sicurezza nazionale entra nella stanza, i margini per compromessi “di facciata” si restringono.

Da qui l’accelerazione su governance e controllo. Roma ha già una leva pesante: il golden power, utilizzato in passato per blindare l’autonomia aziendale e imporre paletti su gestione, tecnologie e condivisione di informazioni. Nel 2023 l’intervento aveva fissato prescrizioni mirate, con l’obiettivo di proteggere asset considerati strategici e ridurre le aree grigie nella relazione con il socio cinese. Oggi, però, il contesto è più teso e la finestra temporale è più stretta: se a gennaio non si trova una soluzione, l’ipotesi di un nuovo giro di vite torna sul tavolo, fino alla misura più drastica evocata nelle ricostruzioni: congelare i diritti di voto del socio.

In mezzo, c’è la politica industriale. A fine dicembre il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha scelto una linea di realismo: “Credo che in casi del genere il dialogo sia la soluzione migliore”. La formula è diplomatica, ma il messaggio è netto: rendere Pirelli “conforme” e competitiva nei mercati chiave non è un esercizio teorico, è un obiettivo di sistema. Perché perdere slancio negli USA significherebbe indebolire la proiezione globale dell’azienda proprio dove si gioca la fascia alta del valore.

Il dialogo, però, non nasce dal nulla: nasce quando ci sono incentivi e scadenze. Una data è cerchiata in rosso dagli addetti ai lavori: il 19 maggio 2026, quando scade il patto tra Sinochem e Camfin. Quella scadenza funziona come un timer: o prima si costruisce un nuovo assetto di governance, oppure la convivenza rischia di trascinarsi in un limbo che il mercato, e soprattutto le autorità americane, potrebbero interpretare come instabilità.

La tensione tra i soci non è un mistero. Negli ultimi mesi si sono alternati passaggi formali e scontri su bilanci, trimestrali e perimetro del controllo. In questo scenario, un segnale pratico è arrivato dalla scelta di un advisor: BNP Paribas è stata indicata come coinvolta per esplorare opzioni, letta da molti come una porta socchiusa verso un riassetto o una discesa graduale del socio cinese. Non è ancora una resa dei conti, ma è la differenza tra una guerra di trincea e un negoziato con un tavolo vero.

La partita, intanto, si riflette in Borsa: basta l’idea di una tregua per muovere il titolo, perché gli investitori ragionano in modo brutale e lineare. Se Pirelli riduce l’attrito geopolitico, riduce anche il rischio di essere tagliata fuori da un mercato strategico e dai clienti più esposti alle compliance americane. Se invece lo stallo continua, il rischio non è solo reputazionale: è commerciale, contrattuale, industriale.

Dietro le quinte c’è anche un’altra dinamica, meno visibile ma determinante: la pressione diplomatica. Le ricostruzioni internazionali raccontano di sollecitazioni statunitensi perché l’Italia limiti l’influenza cinese in asset europei considerati sensibili. In questo schema, Pirelli è un caso da manuale: un campione industriale con tecnologia data-driven, un azionista pubblico cinese e un mercato USA che non vuole correre rischi su dati e supply chain.

Da qui al finale ci sono diversi sentieri possibili. Il più lineare sarebbe un’uscita ordinata di Sinochem, magari con una tempistica compatibile con le scadenze regolatorie e con l’equilibrio finanziario dell’operazione. Un’altra via è la “sterilizzazione” della governance: quota che resta, ma poteri che si riducono e barriere più alte su dati e tecnologia, in modo da rendere la società più presentabile agli occhi americani. L’ultima opzione è quella che nessuno vuole, ma tutti citano come deterrente: un intervento più duro di Roma con conseguenze immediate su voto e controllo.

Quale che sia la soluzione, il tempo è diventato il vero avversario. Perché nell’era dell’auto connessa non basta produrre bene: bisogna dimostrare, documentare e certificare chi controlla cosa, chi vede quali dati e con quali garanzie. E per Pirelli la corsa è doppia: proteggere la propria tecnologia e, insieme, togliere ogni appiglio a chi, negli Stati Uniti, potrebbe trasformare un azionista “ingombrante” nel pretesto per chiudere una porta che vale miliardi.

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