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Crisi impresa, doppio salvagente: rottamazione 5 e transazione fiscale

- di: Bruno Coletta
 
Crisi impresa, doppio salvagente: rottamazione 5 e transazione fiscale
Crisi d’impresa, doppio salvagente: rottamazione 5 e transazione fiscale
Meno sanzioni in riscossione, più spazio nei piani di risanamento: cosa cambia davvero nel 2026 e come si combinano gli strumenti per sbloccare trattative, tribunali e cassa.

Nel grande romanzo italiano della crisi d’impresa, i capitoli più lunghi non sono quelli sui mercati o sui clienti: sono quelli scritti con la penna dei debiti fiscali. Cartelle, sanzioni, interessi, rate saltate, piani che si incastrano male con i flussi di cassa. E poi l’inevitabile bivio: continuare a galleggiare o mettere davvero mano al risanamento.

Nel 2026, due strumenti possono incrociarsi e diventare una combinazione ad alta resa: la rottamazione quinquies (la nuova definizione agevolata dei carichi) e la transazione fiscale dentro le procedure del Codice della crisi. Non sono gemelle, non sono alternative, e soprattutto non funzionano allo stesso modo. Ma insieme possono creare un “mix” capace di ridurre zavorre e accelerare le manovre.

Il punto di partenza: Bilancio 2026 e nuova rottamazione

La cornice normativa è la Legge di Bilancio 2026 (Legge 30 dicembre 2025, n. 199), entrata in vigore dal 1° gennaio 2026. È qui che si innesta la rottamazione quinquies, presentata come un intervento di “pacificazione” per i carichi affidati alla riscossione nel perimetro previsto dalla norma.

In parole semplici: la rottamazione punta a rendere più “digeribile” il debito iscritto a ruolo, alleggerendo la parte accessoria (sanzioni e interessi) e consentendo, in presenza dei requisiti, un pagamento dilazionato. Nelle ricostruzioni operative circolate in questi giorni, uno snodo centrale è la domanda telematica entro il 30 aprile 2026, con successiva comunicazione degli importi e del piano rateale da parte dell’amministrazione entro fine giugno. Sulle rate, è indicata l’applicazione di interessi per i pagamenti dilazionati e un disegno di rientro più lungo rispetto al passato, pensato per chi ha flussi di cassa fragili ma ancora recuperabili.

Tradotto: la rottamazione non “cura” l’impresa. Però può ridurre la febbre della riscossione e comprare tempo, che in un risanamento vale quanto il capitale.

Transazione fiscale: il “tavolo” dove il debito diventa negoziazione

La transazione fiscale, invece, vive dentro un’altra logica: non è una sanatoria generalista, ma un meccanismo negoziale che opera nelle procedure di regolazione della crisi. Qui l’impresa non chiede soltanto sconti: presenta un piano, dimostra la sostenibilità e punta a ottenere l’adesione del creditore pubblico (Agenzia delle Entrate e, per la parte contributiva, gli enti previdenziali) a un trattamento del debito coerente con la ristrutturazione.

Nel percorso più recente, la transazione fiscale è stata rafforzata e “portata” con maggiore chiarezza anche nella composizione negoziata: un tassello che, secondo l’impostazione ricostruita dalla dottrina, discende dall’intervento correttivo che ha previsto espressamente la transazione in quel contesto, con decorrenze collegate al 2024. Il messaggio è politico e tecnico insieme: anticipare la gestione del debito pubblico, senza aspettare che l’impresa arrivi sfinita davanti al giudice.

Perché insieme funzionano meglio: la leva dei tempi

Se la crisi d’impresa è una corsa contro il tempo, la combinazione rottamazione + transazione fiscale agisce su due cronometri diversi:

  • Il cronometro della riscossione: la rottamazione può attenuare la pressione, limitare l’escalation e rendere più sostenibile il rientro.
  • Il cronometro del risanamento: la transazione fiscale, dentro una procedura, consente di inserire il debito pubblico in un quadro ordinato, con regole di convenienza, attestazioni e (quando serve) controllo giudiziale.

Il risultato potenziale è una procedura meno “ingessata”: meno risorse bruciate in contenziosi e urgenze, più energie su ciò che salva davvero un’azienda: margini, liquidità, continuità.

Il cuore del mix: dalla cartella al piano industriale

Le imprese in difficoltà spesso hanno un paradosso in bilancio: il debito fiscale è enorme, ma la parte che uccide la sostenibilità non è solo il tributo, è la coda: sanzioni, interessi, oneri. La rottamazione tende a “tagliare” proprio quella coda e, se accompagnata da un rientro coerente, può rendere il debito compatibile con un piano industriale.

La transazione fiscale, dal canto suo, è la stanza dove si prova a risolvere la domanda più scomoda: quanto può pagare davvero l’impresa senza precipitare in liquidazione? La bussola è il confronto con l’alternativa peggiore (la liquidazione giudiziale) e la dimostrazione di convenienza per il creditore pubblico, secondo l’impianto che la prassi e gli studi richiamano in modo costante.

Il “nodo pubblico”: quando l’ente dice no

Qui arrivano le frizioni. Perché il creditore pubblico non è un fornitore: risponde a regole, vincoli e responsabilità. Ed è proprio su questo che si è concentrata una parte della riflessione recente: tempi di risposta, perimetri, esclusioni, e la questione più delicata di tutte, cioè la gestione del dissenso nelle procedure (quando prevista dalle norme) e il ruolo del tribunale nel valutare convenienza e condizioni.

In diversi commenti tecnici, un aspetto ricorrente è la scansione temporale dell’adesione e l’importanza di una proposta costruita con numeri “difendibili”, perché una transazione fiscale non regge sulla retorica: regge su documenti, attestazioni, flussi.

"Se il piano non sta in piedi con il fisco, non sta in piedi con nessuno" è il tipo di sintesi che circola tra advisor e professionisti: brutale, ma spesso realistica.

Attenzione ai tributi locali: il pezzo che può inceppare il motore

Un capitolo a parte riguarda i tributi locali. Gli approfondimenti specializzati segnalano che la possibilità di falcidia e di accordi su quella componente è un terreno ancora complesso, con profili di incertezza e prospettive legate alle scelte di riforma. Per molte PMI, però, IMU, TARI e addizionali non sono “dettagli”: sono rate che mordono esattamente quando l’impresa prova a respirare.

Morale: nella strategia “mix vincente”, il debito locale va mappato subito, perché rischia di restare fuori dalla porta proprio nel momento in cui si sta negoziando il resto.

Come si costruisce una strategia credibile: quattro mosse pratiche

1) Radiografia del debito (prima di scegliere lo strumento)

Separare tributo da accessori, distinguere carichi in riscossione da debiti in gestione diretta, verificare le posizioni contributive: senza questa mappa, si lavora al buio.

2) Cassa e piano rateale: la prova del nove

La rottamazione aiuta solo se la rata è pagabile. Un piano “eroico” dura poco. Un piano realistico dura abbastanza da far ripartire margini e incassi.

3) Transazione fiscale: proposta “da tribunale”, anche fuori dal tribunale

Anche quando si è nella fase negoziale, la proposta deve reggere standard elevati: completezza dei dati, coerenza industriale, e dimostrazione di convenienza rispetto allo scenario liquidatorio.

4) Coordinamento: un’unica regia

Rottamazione e transazione possono convivere solo se qualcuno tiene insieme i pezzi: legale, fiscale, aziendale. Se ogni consulente spinge il proprio pezzetto, il risultato è un mosaico che non si incastra.

Perché conviene guardare al mix (anche quando sembra complicato)

Il vantaggio competitivo non è “pagare meno” in assoluto. È tornare a decidere. Un’impresa in crisi spesso smette di scegliere: rincorre scadenze, subisce pignoramenti, perde fornitori, paga in ordine sparso. Se la rottamazione riduce la pressione e la transazione fiscale incanala il debito in un percorso coerente, allora il risanamento guadagna spazio: si negozia meglio con banche e fornitori, si evita l’effetto domino, si rende credibile la continuità.

Ecco perché, nel 2026, l’idea del “mix vincente” sta facendo presa: non promette miracoli, ma propone un metodo. Prima si raffredda il debito in riscossione; poi lo si governa dentro una cornice di ristrutturazione, con regole e verifiche.

Il vero spartiacque: arrivarci in tempo

La differenza tra un’operazione riuscita e un fallimento non è solo normativa: è cronologica. Chi arriva tardi, negozia male. Chi arriva per tempo, può scegliere lo strumento giusto, preparare una proposta solida e usare la rottamazione come leva di stabilizzazione mentre imposta la transazione nel perimetro della crisi.

Nel lessico del risanamento, si chiama prevenzione. Nel lessico di chi fa impresa, è più semplice: non aspettare l’ultima rata per capire che la cassa non basta.

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