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Meno Irpef sul ceto medio, interessati in 13 milioni

- di: Vittorio Massi
 
Meno Irpef sul ceto medio, interessati in 13 milioni
Meno Irpef sul ceto medio, interessati in 13 milioni
Dal taglio dell’aliquota al 33% all’estensione fino a 60mila euro, tra simulazioni di risparmio, sfide di bilancio e confronti con Francia, Germania e Spagna.

(Foto: il ministro a Economia e Finanze Giovanni Giorgetti con il vice ministro Maurizio Leo).

Il governo mette mano al cuore della tassazione italiana, l’Irpef, con una promessa che riguarda direttamente oltre tredici milioni di contribuenti. L’idea, ancora in fase di studio, è abbassare l’aliquota del secondo scaglione, attualmente al 35%, portandola al 33%. La misura sarebbe destinata ai redditi tra 28.000 e 50.000 euro, con la possibilità di estendere il beneficio fino a 60.000.

Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, intervenuto a un appuntamento pubblico, è stato esplicito: “Il ceto medio è una priorità del governo”, ha dichiarato, indicando l’obiettivo di dare ossigeno alla fascia di lavoratori e professionisti che più di altri si sente schiacciata tra costo della vita e pressione fiscale.

Quanto si risparmia davvero

Le simulazioni oggi in discussione offrono numeri concreti. Un lavoratore con reddito lordo annuo di 30.000 euro risparmierebbe circa 110 euro l’anno. A 35.000 euro il vantaggio salirebbe a 140-150 euro, mentre chi guadagna 40.000 potrebbe mettere da parte oltre 600 euro. Se il nuovo scaglione venisse esteso fino a 60.000 euro, il beneficio massimo arriverebbe a circa 1.440 euro annui.

Non è una rivoluzione per i bilanci familiari, ma su scala nazionale rappresenta un’iniezione di risorse significativa, con effetti potenziali su consumi e risparmio delle famiglie del ceto medio.

La questione delle coperture

Il nodo resta quello delle risorse pubbliche. Un taglio stabile dell’aliquota al 33% su quella fascia di reddito richiede miliardi di euro di minori entrate. Con l’estensione fino a 60.000 euro, il fabbisogno aumenterebbe ulteriormente. Da qui l’ipotesi di un intervento graduale e selettivo, anche in funzione dell’andamento dei conti e delle regole europee.

Tra le leve possibili rientrano una rimodulazione delle agevolazioni meno efficaci, eventuali recuperi di gettito dalla lotta all’evasione e un calendario di entrata in vigore che spalmi l’impatto su più esercizi.

Le reazioni: entusiasmo e cautele

Il mondo delle imprese guarda con favore a un alleggerimento fiscale sul lavoro, confidando in un stimolo ai consumi e alla domanda interna. Più prudenti i sindacati, che sollecitano una revisione complessiva delle detrazioni per evitare effetti regressivi e chiedono attenzione ai redditi sotto i 28.000 euro, esclusi dal perimetro dell’intervento.

Anche i professionisti invocano semplicità: senza una vera razionalizzazione delle norme, i benefici rischiano di essere diluiti dalla complessità del sistema.

Perché l’Italia resta indietro

Nel confronto europeo, l’Italia risulta più rigida sui redditi medi. In Francia l’aliquota intermedia si colloca attorno al 30%, in Spagna è nell’ordine del 30-31% (con variabilità regionale), mentre in Germania la progressività è continua, senza “scalini” netti, e cresce gradualmente dal 14% al 42%. Con il 35% che scatta già dai 28.000 euro, il nostro sistema appare più penalizzante per la parte centrale della platea.

La riduzione al 33% viene dunque letta come un avvicinamento agli standard europei, seppur ancora parziale.

Una promessa che viene da lontano

La riforma dell’Irpef è da decenni un obiettivo ricorrente. Nel tempo, si sono alternati bonus temporanei e interventi sul cuneo fiscale, ma l’aliquota del secondo scaglione è rimasta sostanzialmente invariata. Proprio lì, però, si concentra la quota più ampia dei contribuenti: intervenire su quel segmento è decisivo per incidere davvero sul prelievo medio.

Impatti economici e sociali

Obiettivo dichiarato: rilanciare i consumi in un contesto in cui la crescita resta moderata e l’inflazione erode il potere d’acquisto. Un risparmio di qualche centinaio di euro l’anno per milioni di famiglie può tradursi in una spinta alla domanda interna, con riflessi su commercio e servizi.

Sul piano del lavoro, la misura può sostenere la contrattazione salariale, facilitare scelte di spesa rinviate e rafforzare il risparmio precauzionale. Tuttavia, senza una semplificazione del quadro di detrazioni e deduzioni, l’effetto netto rischia di essere disomogeneo.

La dimensione politica

Puntare sul ceto medio significa parlare al cuore dell’elettorato: lavoratori dipendenti, professionisti, piccola impresa. Non mancano le critiche: c’è chi giudica l’intervento squilibrato a favore dei redditi medio-alti e chiede misure dedicate a pensionati e redditi più bassi.

L’economista Luigi Marattin ha osservato: “Un taglio localizzato può aiutare i consumi, ma da solo non basta: serve una riforma più ampia, semplice e trasparente”. È la sfida di fondo: coniugare alleggerimento e chiarezza.

I prossimi passaggi

Il calendario dipenderà da conti pubblici e quadro europeo. Se crescita e inflazione offriranno margini, la riduzione dell’aliquota potrà essere varata con un percorso graduale. In caso contrario, la misura rischia di restare un annuncio o di essere ridimensionata.

Per ora, una certezza: oltre 13 milioni di italiani seguono la partita, fanno i conti e aspettano che il “meno Irpef” promesso diventi realtà.

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