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Trump fa cassa con i dazi, ma l’inflazione lo brucia già

- di: Matteo Borrelli
 
Trump fa cassa con i dazi, ma l’inflazione lo brucia già
Trump fa cassa con i dazi, ma l’inflazione lo brucia già

Gettito record per il Tesoro Usa: 108 miliardi nei primi sei mesi.
Ma a pagare sono i consumatori, tra prezzi in salita e deficit record.
Ora Trump minaccia dazi del 200% anche su farmaci e rame.
Economisti allarmati: “È una tassa mascherata che colpisce le famiglie”.

La nuova macchina da soldi di Trump si chiama protezionismo

È un paradosso solo apparente: mentre l’America trumpiana si prepara a colpire mezzo mondo con nuove tariffe, il bilancio federale incassa. Nel primo semestre dell’anno le entrate da dazi doganali hanno raggiunto quota 108 miliardi di dollari. Un anno fa erano poco più della metà.

Le tasse sull’import sono ormai la quarta voce di gettito fiscale per gli Stati Uniti. E mentre il presidente Donald Trump cavalca il risultato per giustificare il suo approccio “America First” in salsa doganale, gli analisti ammoniscono: dietro il boom del gettito si nasconde un conto salatissimo per famiglie e imprese, destinato a crescere.

Surplus a giugno, ma è un’illusione ottica

L’amministrazione ha celebrato il surplus di bilancio di giugno, pari a 27 miliardi. È il primo dato positivo dal 2017, ma secondo il Congressional Budget Office si tratta di un valore stagionale e momentaneo. A maggio il deficit era volato a 316 miliardi, portando il saldo dei primi sei mesi a oltre 900 miliardi di buco.

Il “miracolo doganale” serve a sostenere l’agenda politica trumpiana: “Stiamo riequilibrando la bilancia commerciale con strumenti efficaci e immediati”, ha dichiarato il Segretario al Tesoro Scott Bessent, ipotizzando entrate da dazi superiori ai 300 miliardi su base annua.

Una minaccia a orologeria: dazi fino al 200%

Il 1° agosto entreranno in vigore i cosiddetti “dazi reciproci”. Trump li ha annunciati con aliquote molto superiori all’attuale 10%. Si parla di tariffe del 50% sul rame e addirittura del 200% sui farmaci importati.

La mossa colpisce in particolare Cina, Germania, India e Messico. Ma a tremare sono anche le multinazionali americane legate alle catene globali, specie in ambito tech, pharma e automotive.

Consumatori sotto tiro: “Pagheranno loro i 300 miliardi”

Il rischio più immediato è che i dazi vengano scaricati sui consumatori: “È una tassa camuffata che finisce sulle spalle dei cittadini”, ha avvertito la Nobel per l’economia Claudia Goldin.

I dati confermano l’allarme: a giugno l’inflazione è salita al 2,7%, massimo da febbraio. In aumento i prezzi di elettrodomestici, utensili, componenti elettronici e farmaci generici, tutti settori ad alta dipendenza dall’import.

Effetto scorte finite: il rincaro è solo all’inizio

Secondo gli analisti di Morgan Stanley, le aziende hanno inizialmente attutito l’impatto dei dazi grazie alle scorte preesistenti. Ma ora che stanno finendo, i prezzi iniziano a riflettere i nuovi extra costi doganali.

“Il picco inflattivo non è stato ancora raggiunto”, scrive l’economista Sarah House. Il secondo semestre porterà la vera ondata di rincari.

Nel frattempo, la Federal Reserve resta alla finestra. Se i prezzi continueranno a salire, si aprirà un nuovo ciclo di stretta monetaria. E con esso, il rischio recessione.

Un gioco pericoloso anche per l’export Usa

All’orizzonte c’è anche il rischio delle ritorsioni commerciali. L’Unione europea ha già preparato contromisure su 20 categorie merceologiche, mentre la Cina ha avviato indagini anti-dumping e punta su nuove alleanze nel Sud globale per aggirare Washington.

“Quello di Trump è un protezionismo autolesionista”, ha commentato Nouriel Roubini. Le imprese esportatrici americane, colpite nei mercati esteri, perderanno competitività. Le vendite di auto importate sono già crollate del 14% a giugno.

Trump, lo stratega del consenso breve

Trump però non cambia linea. I dazi sono per lui un’arma politica: slogan semplici, nemici esterni, tensione permanente. “Difendiamo i nostri lavoratori” è la formula da rilanciare in campagna elettorale.

Ma stavolta il conto rischia di arrivare presto. E a pagarlo, ancora una volta, saranno i consumatori americani.

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