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Delfin rilancia: il piano segreto per il dopo Donnet

- di: Jole Rosati
 
Delfin rilancia: il piano segreto per il dopo Donnet
La holding della famiglia Del Vecchio si prepara a diventare primo socio di Generali. Sul tavolo c’è la governance, il futuro di Trieste e l’equilibrio del potere tra Milano e Roma.
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Una scalata silenziosa ma determinata
Chi si aspettava un ruolo defilato di Delfin dopo la scomparsa di Leonardo Del Vecchio dovrà ricredersi. La holding lussemburghese, oggi controllata dai sei figli del fondatore e presieduta da Francesco Milleri, ha imboccato una traiettoria ambiziosa e ben definita: diventare primo azionista di Assicurazioni Generali. L’autorizzazione per salire fino al 20% è stata già chiesta all’Ivass, mentre la soglia del 10% è stata superata il 7 maggio 2025, come da comunicazione Consob.
“Manca ancora qualche passaggio, ma direi che a breve saremo pronti ad arrotondare la quota”, ha dichiarato Milleri a fine maggio da Milano, facendo intuire che l’operazione non è affatto tattica ma parte di un disegno di lungo periodo.
Dietro questa manovra c’è molto più che un rafforzamento patrimoniale. In gioco c’è la leadership della maggiore compagnia assicurativa italiana e il suo posizionamento in Europa. A Trieste, sede storica del gruppo, si respira un clima di attesa tesa: è davvero cominciata l’era del dopo Donnet?
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Donnet resta, ma l’asse Nagel traballa
Philippe Donnet, riconfermato amministratore delegato ad aprile con la lista sostenuta da Mediobanca, sembra godere ancora del pieno controllo esecutivo. Ma la partita è tutt’altro che chiusa. Mediobanca, guidata da Alberto Nagel, resta primo socio col 13%, ma è sotto pressione: Delfin potrebbe presto sorpassarla. E Francesco Gaetano Caltagirone, che controlla circa il 6,9%, osserva e prepara la rivincita dopo la sconfitta in assemblea.
Non a caso, Donnet ha rilasciato ieri un’intervista al Financial Times nella quale ha criticato apertamente l’offerta presentata da Monte dei Paschi per Mediobanca, definendola “un’operazione priva di logica industriale, che serve solo a scalare Generali”.
Un messaggio chiaro: i paletti dell’indipendenza non si toccano. Ma l’indipendenza di chi, verrebbe da chiedersi? Quella della compagnia da Mediobanca o da nuovi azionisti di peso?
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Il disegno di Delfin: holding europea o contropotere italiano?
Secondo indiscrezioni da fonti vicine al board, il progetto di Delfin va oltre Generali. Milleri e il consigliere operativo Romolo Bardin vedono nella compagnia triestina il perno per costruire una nuova piattaforma finanziaria europea, capace di integrare assicurazioni, asset management e, in prospettiva, anche partecipazioni bancarie strategiche.
Uno scenario che ricorda i piani della vecchia Mediobanca di Cuccia, ma con ambizioni continentali. Delfin, del resto, è già azionista di Unicredit, di Mediobanca stessa e (indirettamente) di Covéa in Francia. Si tratta di una costellazione di partecipazioni che, secondo più analisti, potrebbe evolvere in un “gruppo federato” con governance condivisa e strategie coordinate.
Un insider che preferisce rimanere anonimo ha detto: “Del Vecchio voleva un soggetto italiano forte in Europa. Milleri sta cercando di realizzarlo, ma con strumenti nuovi e alleanze flessibili”.
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Il piano per il dopo Donnet: nuovo CEO e board snello
Il mandato di Philippe Donnet scade nel 2027 ma nessuno a Trieste esclude che Delfin possa proporre una soluzione alternativa già alla prossima assemblea di bilancio. L’ipotesi di una lista “corta” di minoranza – magari con l’appoggio di Caltagirone o Orcel – è sul tavolo. Il nome? Top secret, ma si parla insistentemente di profili esterni con esperienze internazionali, “capaci di aprire Generali al mercato europeo senza vincoli storici”.
Il nuovo modello di governance che Delfin auspica prevede un consiglio più snello, manager con poteri forti, separazione tra proprietà e controllo. In sintesi: meno Trieste, più Milano, più Europa.
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Un risiko che tocca governo e vigilanza
L’attivismo di Delfin non è sfuggito né al governo Meloni né alle autorità. Il tema del “golden power” è già stato evocato in ambienti vicini al MEF, soprattutto in relazione alla centralità di Generali nei sistemi di welfare integrativo e protezione patrimoniale.
Il presidente dell’IVASS, Luigi Federico Signorini, ha dichiarato che “qualunque evoluzione azionaria deve rispettare criteri di solidità, trasparenza e compatibilità industriale”. Un messaggio prudente ma inequivocabile.
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L’Italia che cambia guida
Non è un caso che questa battaglia si combatta tra Milano, Trieste e Roma. Generali, storicamente cuore del capitalismo assicurativo italiano, è oggi il crocevia di interessi nazionali, strategie continentali e ambizioni personali. Donnet vuole consolidare. Nagel vuole mantenere. Milleri vuole rilanciare. Caltagirone non ha ancora mollato.
L’epilogo è tutt’altro che scritto, ma una cosa è certa: il piano segreto di Delfin non è più tanto segreto. Ed è destinato a cambiare gli equilibri di potere in Italia.

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