Da Parigi esce una parola che pesa più di mille strette di mano: vincolante. E quando la sicurezza diventa “legale”, i governi devono smettere di parlare in modalità conferenza stampa e iniziare a ragionare in modalità Parlamento.
(Foto: vertice dei volenterosi su Ucraina).
Il vertice di Parigi della Coalizione dei Volenterosi — chiamateli “volenterosi” finché volete, ma qui si discute di rischio reale — ha provato a trasformare l’astratto (le promesse) nel concreto (gli impegni). Il punto di partenza è limpido: se arriva un cessate il fuoco e poi la Russia riparte, Kiev non vuole ritrovarsi con un pezzo di carta buono solo per i musei della diplomazia.
La bozza che gira tra le capitali europee e Washington mette insieme più livelli di deterrenza, come una serratura con più mandate. Prima mandata: un esercito ucraino numeroso e in grado di reggere l’urto, con l’idea (citata in più ricostruzioni) di una forza complessiva intorno a 800 mila militari. Seconda mandata: il controllo del fronte e dell’eventuale tregua con mezzi ad alta tecnologia, dove la mano americana resta decisiva — satelliti, droni, sensori, analisi. Terza mandata: una forza multinazionale “di rassicurazione” su terra, mare e aria, pensata non come bandierina simbolica ma come cintura di sicurezza per la rigenerazione delle unità ucraine e per scoraggiare nuove avventure militari.
Su questo impianto si innesta la frase che, nei palazzi, cambia la musica: garanzie “stile Articolo 5”. Non è un dettaglio tecnico, è un salto psicologico e politico. Vuol dire che chi firma potrebbe impegnarsi a intervenire se l’Ucraina venisse attaccata di nuovo. Non necessariamente in un’unica forma — il pacchetto include anche intelligence, logistica, iniziative diplomatiche e l’eventuale raffica di nuove sanzioni — ma l’architettura è costruita per far capire a Mosca che la seconda volta costerebbe di più della prima.
È qui che entra in scena la politica con la P maiuscola: la ratifica. Perché promettere in un vertice è una cosa; vincolarsi davanti alle Camere, un’altra. E infatti nei resoconti emerge un’avvertenza che suona come un cartello stradale: "Non si tratta di piazzare un battaglione in una città: significa firmare garanzie legali e, se l’accordo viene violato, bisogna essere pronti a portare il proprio Paese in guerra". Tradotto: la “rassicurazione” non è una missione da brochure, ma un’assunzione di rischio che spacca maggioranze, mette alla prova costituzioni, accende opposizioni.
Non a caso, già adesso ognuno prova a delimitare il perimetro. Giorgia Meloni ha ribadito che l’Italia non invierà truppe sul terreno ucraino: sostegno sì, ma senza “boots on the ground”. Germania e altri Paesi ragionano su formule condizionate: contributi al monitoraggio e alla sicurezza, ma con paletti geografici e con l’obbligo di passare dal voto parlamentare. Una coalizione, insomma, che si allarga sulla carta e si restringe quando si arriva al capitolo “chi rischia cosa”.
Il segnale più muscolare, invece, arriva da chi prova a metterci una bandierina operativa subito dopo la tregua. Keir Starmer, a nome del Regno Unito, ha annunciato che Londra e Parigi intendono creare “hub militari” in Ucraina nel post-cessate il fuoco: snodi di supporto, coordinamento e protezione per aiutare le necessità difensive ucraine e rendere credibile la presenza occidentale. È un cambio di passo che, finora, l’Europa aveva spesso evocato sottovoce e che ora viene messo nero su bianco, almeno nella narrativa politica.
Volodymyr Zelensky, dal canto suo, prova a inchiodare gli alleati su due parole: durata e certezza. Il leader ucraino non vuole garanzie “a tempo”, né formule che scadono prima della prossima crisi. Per questo — secondo ricostruzioni emerse a fine dicembre — a Washington avrebbe giudicato insufficiente l’orizzonte dei 15 anni ipotizzato in una proposta americana rinnovabile. In parallelo, spinge l’Unione europea a chiarire la traiettoria politica dell’adesione: non come premio, ma come ulteriore strato di sicurezza. Il problema è che i tempi dell’allargamento sono lenti per definizione e l’Europa non ama farsi dettare il calendario.
Sullo sfondo, inevitabile, c’è il convitato di pietra che da settimane occupa ogni riga non scritta: Donald Trump. La domanda che circola nelle cancellerie non è elegante ma è concreta: quanto valgono davvero, nel medio periodo, gli impegni americani? Proprio per questo l’idea di incardinare garanzie in passaggi formali — Parlamento, Congresso, procedure — diventa più di una precauzione giuridica: è un tentativo di rendere l’ombrello meno dipendente dal meteo politico di Washington.
Resta però il nodo strategico che nessuno può sciogliere con una formula di comunicato: una garanzia credibile deve essere abbastanza forte da dissuadere, ma non così esplosiva da rendere inevitabile l’escalation. La “forza di rassicurazione” serve a evitare il ritorno della guerra, ma potrebbe essere letta da Mosca come una provocazione. Le sanzioni aiutano, ma non fermano i missili. L’intelligence è essenziale, ma non sostituisce la deterrenza. E l’Europa, che oggi prova a guidare, deve fare i conti con arsenali, bilanci e opinioni pubbliche logorate da anni di conflitto.
Parigi segna un passaggio politico perché sposta l’asse dalle promesse alle responsabilità. Ma il vero vertice, ora, si sposta nei Parlamenti. È lì che i “volenterosi” dovranno decidere se questa volta stanno costruendo un ombrello vero oppure solo un’altra elegante illusione diplomatica.