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Golfo in allerta: Riad frena l’escalation e prova a fare da ponte

- di: Jole Rosati
 
Golfo in allerta: Riad frena l’escalation e prova a fare da ponte
Tra pressioni strategiche, timori energetici e diplomazia silenziosa, l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo cercano di tenere lontana una guerra che rischia di travolgere l’intera regione.
 
(Foto: Mohammad Bin Salman, primo ministro Arabia Saudita).

Nel Golfo l’aria è carica come prima di un temporale. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran oscillano da giorni su un livello critico e ogni mossa viene letta, decifrata, pesata. In questo scenario incerto, i Paesi arabi della regione hanno scelto una linea comune fatta di prudenza estrema, consapevoli che un passo falso potrebbe trasformare una crisi diplomatica in un incendio regionale.

Il baricentro di questa strategia è l’Arabia Saudita. Il regno, per anni in prima linea nel contenimento dell’influenza iraniana, oggi appare deciso a non farsi trascinare in una spirale militare dagli esiti imprevedibili. La postura è chiara: collaborazione politica con Washington, ma nessuna disponibilità operativa a sostenere attacchi diretti. In altre parole, alleanze sì, ma senza diventare bersaglio.

Il messaggio recapitato a Teheran è stato netto: niente uso dello spazio aereo, nessuna concessione di basi o infrastrutture. Una presa di distanza che ha un valore politico e simbolico, ma anche estremamente pratico. Significa ridurre il rischio di rappresaglie sul territorio saudita e proteggere infrastrutture energetiche che restano vitali per l’economia globale.

“Non vogliamo che il nostro Paese diventi parte del campo di battaglia.”

La cautela saudita è condivisa dagli altri Stati del Golfo. Qatar e Oman si muovono con il consueto stile discreto, lavorando sui canali diplomatici e offrendo mediazioni informali. È una diplomazia silenziosa, lontana dai riflettori, ma considerata essenziale per evitare che la crisi degeneri. In gioco non c’è solo la sicurezza regionale, ma l’equilibrio stesso dei mercati internazionali.

Il timore più grande riguarda infatti l’effetto domino. Un conflitto con l’Iran non sarebbe mai circoscritto. Il Paese conta circa 90 milioni di abitanti, è attraversato da profonde fratture etniche e religiose ed è incastrato in una regione altamente instabile. Un collasso o un’escalation militare rischierebbero di aprire fronti multipli, alimentare milizie e rendere porose frontiere già fragili.

Per i governi del Golfo, la domanda non è più se il regime iraniano sia un problema, ma cosa accadrebbe dopo. Il vuoto di potere, l’instabilità cronica, la possibile frammentazione interna sono scenari che fanno paura più della situazione attuale. Da qui nasce una linea politica che privilegia il contenimento rispetto allo scontro.

Questa logica affonda le radici anche nel riavvicinamento tra Riad e Teheran avvenuto negli ultimi anni. Un’intesa nata non da affinità ideologiche, ma da puro realismo: abbassare la temperatura per proteggere interessi vitali. Oggi quella filosofia torna centrale, mentre la regione osserva con apprensione le mosse americane.

“Una guerra aperta sarebbe una crisi di sistema, non un’operazione chirurgica.”

Il nervo scoperto resta lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più sensibili del pianeta. Da lì transita una quota decisiva del petrolio mondiale. Basta la minaccia di un blocco, o anche solo di incidenti mirati, per scatenare reazioni immediate sui mercati. I Paesi del Golfo lo sanno bene: un’impennata dei prezzi può portare guadagni nel breve periodo, ma distruggere fiducia, investimenti e stabilità nel medio termine.

Non è solo una questione di petrolio. Anche il gas entra nell’equazione, così come le rotte commerciali verso Europa e Asia. Un conflitto metterebbe sotto pressione assicurazioni, trasporti marittimi e infrastrutture portuali, con effetti a catena sull’economia globale. È per questo che le capitali del Golfo parlano sottovoce, ma agiscono con decisione.

Sullo sfondo, pesano anche le pressioni economiche e commerciali. La minaccia di misure punitive contro chi intrattiene rapporti con l’Iran obbliga molti Paesi a un difficile gioco di equilibrio. Alcuni, come gli Emirati, sono profondamente intrecciati ai flussi regionali e temono di finire stritolati tra esigenze geopolitiche e interessi economici.

Il risultato è una strategia di profilo basso: niente proclami, nessun allineamento plateale, molta diplomazia. È una postura che può sembrare ambigua, ma che risponde a un calcolo freddo. Nel Golfo, oggi, la vera priorità è evitare che una crisi limitata si trasformi in una guerra senza confini.

Dietro le quinte, emissari, consiglieri e diplomatici lavorano per guadagnare tempo. Ogni giorno senza bombe è un giorno in più per raffreddare gli animi. Ogni messaggio prudente è un tentativo di spostare la partita dal campo militare a quello negoziale.

In definitiva, la linea del Golfo è una scommessa sulla mediazione. Non per idealismo, ma per necessità. Perché in una regione dove tutto è interconnesso, dall’energia alla sicurezza, una guerra non avrebbe vincitori chiari. E questa è una consapevolezza che, oggi più che mai, guida le scelte di Riad e dei suoi vicini.

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