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La “Nato islamica” prende forma: Riyadh e Islamabad tirano Ankara

- di: Marta Giannoni
 
La “Nato islamica” prende forma: Riyadh e Islamabad tirano Ankara
Un patto “uno per tutti”, la tentazione di un triangolo con la Turchia e la variabile Trump: perché l’Arabia Saudita vuole una seconda rete di sicurezza senza strappare con gli Usa.
 
(Foto: i tre capi di Stato della Nato islamica salutane le bandiere).
 

Riyadh non sta “divorziando” dagli Usa. Sta facendo una cosa più fredda, più moderna, quasi da manuale di gestione del rischio: sta diversificando i garanti della sua sicurezza. E una di queste mosse, negli ultimi mesi, ha ricevuto un’etichetta irresistibile per i titoli: “Nato islamica”. Etichetta comoda, ma imprecisa: non c’è un’organizzazione con statuto, segretario generale e bandierine. C’è, però, un’idea che assomiglia a una clausola di difesa collettiva: se colpisci uno, rischi di trovarti contro tutti.

Il cuore della storia è un accordo di mutua difesa tra Pakistan e Arabia Saudita siglato nel settembre 2025, impostato come deterrenza reciproca: un’aggressione contro uno equivale a un’aggressione contro entrambi. Poi arriva il capitolo che fa alzare le antenne: dichiarazioni politiche e indiscrezioni diplomatiche parlano di una possibile estensione trilaterale con la Turchia. Tradotto: non più solo un patto a due, ma un triangolo in cui ognuno porta una dote strategica diversa.

La formula è potente perché richiama l’Articolo 5 della Nato, anche se il paragone va maneggiato con i guanti. La Nato è una macchina istituzionale enorme: comandi integrati, pianificazione comune, interoperabilità, catena di consultazioni, procedure rodate. Un patto “stile Articolo 5” può copiare la frase, ma non comprare subito l’infrastruttura che la rende credibile. Eppure, proprio per questo, la frase conta: in geopolitica la deterrenza è anche teatro. Se il copione è convincente, può evitare che lo spettacolo degeneri.

Perché mai l’Arabia Saudita, storicamente protetta dall’ombrello americano, dovrebbe cercare un meccanismo autonomo? Per una ragione che a Riyadh chiamano realismo e altrove chiamano sfiducia: le garanzie non sono più “automatiche”. Washington resta un pilastro, ma ogni pilastro oggi ha crepe: Congresso, opinione pubblica, priorità in Asia, cicli elettorali, e un mondo in cui la politica estera è sempre più “transazionale”.

Qui entra la variabile Trump, non come caricatura, ma come simbolo di una linea americana percepita come più imprevedibile. L’idea saudita non è “fuggire” dagli Usa, ma evitare la dipendenza da un solo interruttore. È la logica del doppio circuito: continui a stare attaccato alla rete principale, ma installi un generatore. E lo fai non perché odi la rete, ma perché temi il blackout.

Il secondo motivo è regionale: il Medio Oriente si muove a scosse. Attacchi con droni, sabotaggi, escalation improvvise, crisi che cambiano in una notte. In questo ambiente, la deterrenza funziona solo se l’avversario crede a due cose: che tu sia capace di rispondere e che tu sia deciso a farlo. La clausola “uno per tutti” serve soprattutto a questo: a rendere la decisione più prevedibile, quindi più temuta.

Il terzo motivo è il più sensibile, ma anche il più concreto: il Pakistan è una potenza nucleare. Non significa “ombrello nucleare” scritto e firmato con tanto di timbro. Significa un’area di ambiguità strategica che, per chi valuta un attacco, cambia i calcoli. Se sei un pianificatore militare e pensi di colpire Riyadh, ti chiedi: quanto è disposto a salire di livello Islamabad se quel colpo diventa una crisi regionale? È il tipo di domanda che, spesso, basta a raffreddare i piani più aggressivi.

Il legame tra Arabia Saudita e Pakistan, in realtà, non nasce oggi. È una relazione stratificata: cooperazione militare, addestramento, presenza di personale, intese politiche, convergenze su alcuni dossier regionali. Negli anni, Riyadh ha visto in Islamabad un partner “duro” e affidabile, meno soggetto ai vincoli parlamentari e mediatici tipici dell’Occidente. E Islamabad ha visto in Riyadh una fonte di risorse, investimenti e influenza nel mondo islamico. Un patto di difesa, quindi, è anche la formalizzazione di un’abitudine: quando la regione brucia, questi due si chiamano.

Ma la vera novità, quella che rende la storia succosa, è l’eventuale ingresso della Turchia. Perché Ankara è già nella Nato. E perché, negli ultimi anni, ha costruito una postura da potenza regionale autonoma, capace di muoversi tra alleati e rivali con una certa disinvoltura. Se la Turchia entrasse in un patto “uno per tutti” extra-Nato, la domanda diventerebbe inevitabile: la Turchia sta aggiungendo un’assicurazione o sta creando un conflitto di interessi?

Dal punto di vista formale, un Paese Nato può firmare accordi bilaterali o trilaterali con altri Stati. Il nodo è politico e operativo. Politico, perché alcuni alleati potrebbero leggere quel patto come un modo di importare crisi mediorientali nella sensibilità Nato. Operativo, perché se Ankara promette solidarietà “automatica” altrove, rischia di ridurre i margini di manovra quando la Nato chiede coordinamento, cautela e consultazione.

C’è poi un altro elemento: la difesa turca è diventata un brand. Droni, sistemi, munizionamento, cantieristica, elettronica: Ankara ha costruito un’industria che vende e che, soprattutto, crea dipendenza tecnologica e addestrativa. Entrare in un patto con Riyadh e Islamabad significa anche aprire una corsia preferenziale: forniture, co-produzioni, training, dottrina. In altre parole: non è solo geopolitica, è economia della sicurezza.

Il trio, se si materializzasse, sarebbe un mosaico di “specializzazioni”. Arabia Saudita porta risorse e peso politico nel Golfo. Pakistan porta massa militare e deterrenza strategica. Turchia porta capacità industriale e proiezione regionale. Il punto è che questa combinazione non è neutra: ha un destinatario implicito, cioè chiunque pensi di poter fare pressione militare su uno dei tre senza pagarne il prezzo.

Qui si inserisce la domanda che corre nei corridoi diplomatici: “contro chi?”. La risposta più prudente è: contro l’incertezza. Quella meno prudente è: contro gli avversari regionali percepiti, e quindi contro minacce dirette o indirette che possono colpire infrastrutture, rotte, capitali. Il fatto stesso che la domanda esista dice molto: una clausola “uno per tutti” è un magnete di interpretazioni.

E la Nato come la metterebbe? Dipende dal livello di formalizzazione. Se resta una cooperazione rafforzata con dichiarazioni politiche e strumenti tecnici (addestramento, intelligence, industria), la Nato può anche “digerirla” come una scelta autonoma di un alleato che vuole stabilizzare il suo vicinato. Se invece diventasse un impegno rigido, con automatismi e posture militari dichiarate, allora crescerebbe la frizione: non per questioni legali, ma per la classica materia esplosiva delle alleanze, cioè la fiducia.

Un rischio evidente è il cortocircuito narrativo: “la Turchia entra in un’altra Nato”. È una frase facile da vendere e difficile da correggere. Perché l’opinione pubblica ragiona per simboli, e quel simbolo sarebbe devastante nei parlamenti europei. Anche se il confronto è tecnicamente zoppicante, politicamente sarebbe un sasso nello stagno.

Resta un’altra distinzione fondamentale: non confondere questa ipotesi con piattaforme nate con scopi diversi, come quelle di cooperazione contro-terrorismo. Qui, invece, il tema è la difesa tra Stati, la deterrenza e la protezione di infrastrutture strategiche. È un salto concettuale: dal “combattiamo un nemico comune non-statale” al “se attacchi me, te la vedi con tutti”.

Quanto è credibile davvero? La credibilità di una deterrenza non si misura solo con le firme, ma con tre indicatori: capacità militari compatibili, procedure di consultazione rapide e volontà politica. Il primo punto è parzialmente presente (soprattutto per Turchia e Pakistan). Il secondo dipende dalla qualità dei canali e dalla fiducia reciproca. Il terzo è quello che cambia con i governi, le crisi e le opinioni pubbliche.

Un ulteriore aspetto è interno ai tre Paesi. In Arabia Saudita, l’idea di una sicurezza più autonoma si sposa con una politica estera più assertiva e con l’ambizione di essere non solo “protetta”, ma architetto di stabilità. In Pakistan, un patto così offre prestigio, risorse e centralità, ma espone anche al rischio di essere trascinati in crisi del Golfo. In Turchia, ogni mossa extra-Nato è anche un messaggio domestico: indipendenza, sovranità, capacità di trattare da pari con chiunque.

Se si guarda la mappa, infine, si capisce perché questa storia inquieta e affascina allo stesso tempo: un asse Ankara–Islamabad–Riyadh collega Mediterraneo orientale, Mar Nero allargato, Asia meridionale e Golfo. È un corridoio geopolitico, ma anche logistico: rotte, basi, accordi, transiti, cooperazione industriale. Non è una “Nato” nel senso classico, ma può diventare una rete capace di muovere risorse e scelte con una velocità superiore a quella delle diplomazie tradizionali.

In conclusione, la formula più onesta è questa: la “Nato islamica” è soprattutto un segnale. Segnale agli avversari regionali, segnale agli alleati occidentali, segnale alle opinioni pubbliche interne. È la dichiarazione che nessuno vuole più dipendere da un solo garante, perché il mondo di oggi non premia la fiducia cieca: premia chi ha più opzioni.

"Le alleanze non si sostituiscono: si accumulano, quando l’incertezza diventa la regola".

E se l’immagine dell’ombrello americano resta vera, allora la novità è questa: Riyadh sta costruendo un guardaroba. Perché in questo clima geopolitico non basta più ripararsi dalla pioggia: bisogna essere pronti anche al vento.

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