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Hamas consegna una bara “sbagliata”, Israele parla di provocazione

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Hamas consegna una bara “sbagliata”, Israele parla di provocazione

L’episodio è di quelli destinati a lasciare conseguenze politiche oltre che emotive. Hamas ha consegnato a Israele una bara dichiarata come contenente i resti di uno dei 13 ostaggi ancora trattenuti a Gaza. Gli esami forensi all’istituto Abu Kabir di Tel Aviv hanno stabilito che si tratta invece di un individuo già restituito mesi fa e già sepolto. Fonti israeliane parlano apertamente di “atto deliberato” e “non di errore”, interpretandolo come un messaggio politico volto a segnalare che i miliziani controllano tempi, narrazione e modalità di ogni scambio.

Hamas consegna una bara “sbagliata”, Israele parla di provocazione

La reazione di Gerusalemme è stata immediata: il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione urgente del gabinetto di guerra. Tra le opzioni discusse, riferiscono i media israeliani, ci sarebbe l’estensione della cosiddetta “linea gialla”, ovvero l’ulteriore allargamento della zona di controllo permanente dell’esercito israeliano dentro la Striscia, accompagnata da nuove restrizioni ai movimenti dei civili palestinesi.

Un colpo al negoziato sugli ostaggi
La dinamica è considerata particolarmente grave perché investe il solo ambito rimasto operativo tra Israele e Hamas: la trattativa umanitaria su corpi e ostaggi. In assenza di un negoziato politico formale, questo scambio minimo era ritenuto l’unico canale in grado di mantenere attivo un contatto indiretto tra le parti. La “bara sbagliata” viene dunque vissuta da Gerusalemme come una rottura di protocollo, un segnale che Hamas intende alzare il livello di pressione per ottenere concessioni territoriali o di cessate il fuoco prima di procedere con ulteriori rilasci.

La dimensione internazionale: accuse di “genocidio” pesano sui rapporti esteri
L’episodio arriva inoltre in una fase in cui Israele è sotto crescente pressione diplomatica per l’alto numero di vittime civili nella Striscia. Sempre più governi del Sud globale, organismi dell’ONU e ong internazionali parlano apertamente di “genocidio” e di violazione del diritto umanitario.
Gerusalemme nega questa qualificazione, ma l’isolamento internazionale si sta ampliando: diversi alleati occidentali non hanno riconosciuto la definizione giuridica, tuttavia continuano a chiedere che la popolazione civile palestinese sia protetta indipendentemente dalle azioni militari di Hamas. Questo quadro rende più complicata qualsiasi escalation da parte di Tel Aviv, che deve bilanciare deterrenza e gestione dell’immagine internazionale.

Anche dentro Israele cresce il malessere
Sul piano interno, la vicenda rischia di alimentare tensioni tra governo e comitato dei familiari degli ostaggi, che da mesi accusano Netanyahu di anteporre la strategia militare a quella negoziale. La consegna della bara sbagliata è stata letta da alcune famiglie come la conferma che Hamas “detiene l’agenda” e che la leadership israeliana non riesce a riportare risultati tangibili.

Secondo analisti locali, questa vicenda potrebbe anche riaprire la discussione — mai sopita — sulla sostenibilità politica di un conflitto lungo e di una linea militare che finora non ha riportato a casa né ostaggi né stabilità.

Preoccupazioni nei canali di mediazione
Il Qatar e l’Egitto, i principali facilitatori nei contatti tra le parti, temono che l’incidente faccia precipitare l’intero negoziato. Diplomatici del Cairo avrebbero espresso “preoccupazione seria” per l’effetto domino che potrebbe derivarne: senza canale umanitario, la pressione militare rischia di diventare l’unico linguaggio rimasto.

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