Dalla moneta che crolla ai lacrimogeni in metropolitana: la protesta corre, la repressione rincorre.
(Foto: fotomontaggio su repressione in Iran).
In Iran la miccia è economica, ma la fiamma è ormai politica: quando il rial scivola verso il baratro, la piazza trova il coraggio e il potere risponde con la forza. Negli ultimi dieci giorni la protesta, partita dai commercianti, ha cambiato passo: scioperi, slogan, cortei e una geografia che si allarga dal cuore di Teheran alle province, con un bilancio che le organizzazioni per i diritti umani descrivono come sempre più pesante.
I numeri – come spesso accade in contesti di repressione e comunicazioni frammentate – divergono a seconda delle fonti, ma la traiettoria è univoca: morti e arresti in crescita. Il gruppo HRANA parla di almeno 35 vittime dall’inizio delle manifestazioni e di oltre 1.200 fermati, mentre altre organizzazioni indicano conteggi differenti, ma comunque allarmanti. Il dato politico, prima ancora di quello statistico, è che la protesta non si è spenta: si è trasformata.
Il simbolo di questa metamorfosi è il Grande Bazar, luogo-icona dell’economia e, storicamente, termometro del consenso. Qui, secondo molte ricostruzioni, la tensione è salita di colpo: cori contro il governo, chiusure di negozi, presidi. E l’intervento delle forze dell’ordine avrebbe seguito un copione già visto: lacrimogeni, dispersione forzata, inseguimenti. In una fase in cui anche un gesto “minimo” – abbassare una serranda – diventa una dichiarazione pubblica.
Ma il punto che sta infiammando la discussione internazionale è altrove, a Ilam, nell’ovest del Paese: l’accusa, rilanciata da più testate e da attivisti, è che reparti in assetto antisommossa siano entrati in una struttura sanitaria per individuare e arrestare manifestanti feriti. Secondo queste ricostruzioni, l’azione avrebbe coinvolto l’ospedale Imam Khomeini e si sarebbe inserita nel contesto degli scontri nella zona di Malekshahi, dove nei giorni scorsi si è registrata una delle sequenze più violente.
La reazione delle organizzazioni per i diritti umani è stata netta. Amnesty International ha parlato di una violazione grave, richiamando apertamente il diritto internazionale e il principio – considerato cardine – della protezione delle strutture mediche e di chi vi cerca cure. In un passaggio che pesa come un macigno nella narrazione della crisi, l’organizzazione sostiene che colpire un ospedale, o usarlo come luogo di caccia agli oppositori, è un salto di qualità nella repressione. "Un ospedale non può diventare una trappola per chi è ferito", è la sintesi che rimbalza tra attivisti e osservatori.
Il governo ha replicato annunciando un’inchiesta. Il presidente Masoud Pezeshkian – già sotto pressione per la crisi economica – ha fatto sapere che verrà avviato un accertamento sull’episodio di Ilam. Una mossa che, per i critici, rischia di suonare come gestione dell’emergenza comunicativa più che come svolta; per i sostenitori dell’esecutivo, invece, è il segnale che la miccia non può essere spenta solo con la forza.
Nel frattempo, il quadro economico resta il carburante della protesta. Il rial continua a macinare record negativi sul mercato non ufficiale, con la percezione – tra famiglie e commercianti – di un impoverimento rapido e irreversibile. L’aumento del costo della vita, la corsa dei prezzi e la difficoltà di importare beni diventano esperienza quotidiana: non un grafico, ma la spesa che lievita, l’affitto che pesa, l’orizzonte che si restringe. È qui che la protesta smette di essere “di categoria” e diventa sociale.
Non manca, in questo scenario, il capitolo securitario. Le autorità attribuiscono spesso le mobilitazioni a “influenze esterne” e promettono durezza contro i “rivoltosi”. Dall’altra parte, gli attivisti documentano arresti, pressioni sulle famiglie e un clima che rende difficile perfino verificare nomi e responsabilità. In Malekshahi, intanto, la stampa locale citata da agenzie internazionali ha riferito della morte di un agente, elemento che il potere utilizza per rafforzare la cornice dello scontro armato e legittimare una stretta ulteriore.
La crisi, però, non resta confinata entro i confini iraniani. Dagli Stati Uniti sono arrivate dichiarazioni dure, con il presidente Donald Trump che ha alzato il tono sul trattamento dei manifestanti e sulle possibili conseguenze. A Teheran la reazione è stata di sfida: quando la piazza brucia, ogni parola esterna diventa benzina, utile al potere per compattare il fronte interno e dipingere la protesta come manovra pilotata.
Così l’Iran si ritrova in un corridoio stretto: da un lato, la necessità di tamponare una crisi economica che morde; dall’altro, la scelta – sempre più visibile – di governare la piazza con strumenti di ordine pubblico. Il rischio, in un Paese dove il bazar è storia e simbolo, è che la frattura diventi strutturale: quando l’economia smette di essere promessa e diventa condanna, anche il dissenso cambia linguaggio. E, a giudicare da queste giornate, non ha alcuna intenzione di sussurrare.