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Lagarde: “L’Europa non può più aspettare. Eliminare i dazi interni e adottare il voto a maggioranza qualificata”

- di: Anna Montanari
 
Lagarde: “L’Europa non può più aspettare. Eliminare i dazi interni e adottare il voto a maggioranza qualificata”

Christine Lagarde torna a richiamare l’Europa alle sue responsabilità. Dal palco del 35° Congresso bancario europeo di Francoforte, la presidente della Bce traccia un quadro netto: l’Unione è oggi «più vulnerabile» rispetto a sei anni fa, quando nel 2019 aveva lanciato un appello simile nel suo primo discorso da numero uno della banca centrale. A pesare sono la dipendenza da Paesi terzi per la sicurezza e per l’approvvigionamento di materie prime critiche, gli shock globali amplificati dall’aumento dei dazi statunitensi, l’invasione russa dell’Ucraina e la crescente pressione concorrenziale esercitata dalla Cina. «Il mondo non rallenterà per l’Europa», ha avvertito Lagarde. «E oggi questo è ancora più evidente di allora».

Lagarde: “L’Europa non può più aspettare. Eliminare i dazi interni”

Il nodo centrale, secondo la presidente della Bce, è che l’Europa non ha avanzato con la stessa velocità dei suoi competitor. «Il nostro mercato interno è rimasto fermo, soprattutto nei settori che plasmeranno la crescita futura come la tecnologia digitale e l’intelligenza artificiale, così come in quelli che la finanzieranno, come i mercati dei capitali». La frammentazione fiscale, delle norme sul venture capital e delle regole su startup e imprese tecnologiche continua a penalizzare gli operatori europei, danneggiando soprattutto le imprese digitali «costrette a navigare in un labirinto di regimi fiscali nazionali».

“Altri sei anni di immobilismo sarebbero irresponsabili”

Lagarde scandisce un messaggio che suona come un monito politico più che economico: il tempo è scaduto. «Altri sei anni di inattività non sarebbero solo deludenti. Sarebbero irresponsabili». E aggiunge che l’Europa dispone già degli strumenti necessari per colmare i ritardi che bloccano competitività, crescita e produttività. «Non serve una riforma radicale dell’Unione, né nuovi trattati. Serve piuttosto la volontà politica di utilizzare ciò che abbiamo».

Priorità: eliminare barriere interne e superare l’unanimità

Per la presidente della Bce due passaggi risultano decisivi: la rimozione delle barriere che ancora frammentano il commercio interno e l’estensione del voto a maggioranza qualificata alle aree che determinano la crescita europea. In ambito fiscale, in particolare, «l’unanimità impedisce progressi significativi». Lagarde cita l’armonizzazione dell’Iva e la riforma della tassazione delle imprese, ancora bloccate dai veti di alcuni Stati membri. «È un freno che pesa sulle aziende, soprattutto quelle tecnologiche e digitali, costrette ad affrontare un mosaico di normative diverse che ne rallenta l’espansione».

Mercati dei capitali e autonomia strategica: i fronti aperti

La spinta di Lagarde si inserisce in una fase in cui l’Europa cerca di recuperare terreno su più fronti. Sul piano finanziario, l’unione dei mercati dei capitali rimane incompiuta e limita la capacità del continente di convogliare risorse verso investimenti innovativi e aziende ad alta crescita. Sul fronte industriale ed energetico pesa invece la dipendenza strategica da fornitori esteri, che la presidente definisce «un rischio che non possiamo più permetterci». La richiesta di accelerare su riforme e integrazione interna va quindi letta anche come un richiamo alla necessità di un’autonomia economica più solida, in linea con la politica industriale statunitense e con le misure adottate da Pechino.

Il messaggio agli Stati membri: “La crescita dipenderà dalle nostre scelte”
La conclusione del discorso sintetizza il senso dell’intervento: l’Europa deve decidere se restare vincolata agli equilibri del passato o se costruire un modello più competitivo. «Se rendiamo davvero unico il nostro mercato unico, la crescita dell’Europa non dipenderà più dalle decisioni degli altri, ma dalle nostre scelte». La sfida è soprattutto politica e chiama in causa la capacità degli Stati membri di superare veti incrociati e frammentazioni che oggi rallentano innovazione, investimenti e sviluppo industriale.

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