Da Caracas a Washington, tra tanker, sanzioni e un dettaglio che fa rumore: chi “tiene il borsello” della vendita.
Donald Trump mette il turbo alla narrativa “energia e geopolitica” e lo fa con un post che pesa come un cargo pieno di greggio: tra 30 e 50 milioni di barili di petrolio venezuelano destinati agli Stati Uniti, con vendita “a prezzo di mercato” e incasso sotto controllo americano. Traduzione: non è solo una storia di barili, è una storia di potere, legittimità e controllo dei proventi.
Nel messaggio pubblicato su Truth Social, il presidente statunitense annuncia che le “autorità di transizione” in Venezuela consegneranno petrolio “di alta qualità” e “non soggetto a sanzioni”. E soprattutto rivendica la regia dei ricavi: "Sarà venduto a prezzo di mercato", con fondi gestiti dalla presidenza americana “per il beneficio” di venezuelani e statunitensi. È la frase che accende il dibattito: non tanto il “quanto”, ma il “chi decide”.
Il tassello operativo, invece, è affidato al Segretario all’Energia Chris Wright, incaricato di “attuare immediatamente” il piano: la logistica prevede navi cisterna e consegna diretta ai terminali di scarico negli Stati Uniti. Il quadro che emerge è quello di un’operazione che vuole essere rapida, quasi scenografica: il petrolio come prova tangibile che il cambio di fase a Caracas è reale e che Washington è al volante.
Ma “autorità di transizione” significa anche una cosa molto concreta: il Venezuela è scosso da giorni convulsi dopo la cattura e la rimozione di Nicolás Maduro da parte di forze statunitensi, evento che ha aperto uno scontro politico e diplomatico di proporzioni globali. In tribunale a New York, Maduro ha respinto le accuse e ha parlato di sequestro, mentre a Caracas la vicepresidente Delcy Rodríguez è stata indicata come guida ad interim. Il petrolio, in questo scenario, diventa il primo “asset” da mettere sul tavolo per dimostrare governabilità e per comprare tempo.
C’è poi un dettaglio tecnico che ha l’effetto di una lente d’ingrandimento: la parola “sanzioni”. Anche se l’annuncio parla di petrolio “non soggetto”, il settore energetico venezuelano resta avvolto da restrizioni e licenze. E qui entra in scena un nome che pesa più dei comunicati: Chevron. È la compagnia che, secondo ricostruzioni di mercato e fonti industriali, ha continuato a rappresentare un canale cruciale per l’export verso gli Stati Uniti in mezzo alle limitazioni. In pratica, se il rubinetto americano si apre, qualcuno deve gestire tubi, contratti, qualità del greggio e incastri legali. E l’infrastruttura non si improvvisa con un post.
Il contesto, infatti, è tutt’altro che lineare. Nelle ultime settimane si è parlato di un blocco navale e di una morsa sulle esportazioni che ha lasciato petrolio accumulato in stoccaggi e porti, con PDVSA — la compagnia statale — sotto pressione per capacità di deposito e flussi in uscita. Alcune analisi avvertono che quando lo stoccaggio si satura, la produzione è costretta a rallentare: non per scelta politica, ma per semplice fisica industriale. E un Paese con infrastrutture logorate rischia di “perdere” barili non per mancanza di risorse, ma per mancanza di impianti in grado di sostenerle.
Qui arriva il secondo livello della storia: il Venezuela ha riserve enormi, ma trasformarle in flussi stabili richiede investimenti, sicurezza e tempo. Negli ultimi decenni la produzione è crollata rispetto ai picchi storici, in parallelo con crisi economiche, underinvestment e sanzioni. Per questo l’idea di “prendere” decine di milioni di barili già disponibili può apparire, dal punto di vista americano, come un modo per ottenere un risultato immediato senza aspettare anni di ricostruzione del settore.
Eppure l’impatto sul mercato non è solo simbolico. Nel breve periodo, la prospettiva di nuova offerta ha pesato sui prezzi: gli operatori guardano a ogni barile aggiuntivo come a un tassello nel puzzle globale, soprattutto in un momento in cui molte previsioni parlano di abbondanza di offerta nel 2026. Se l’operazione aumentasse davvero i flussi verso gli Stati Uniti, una conseguenza collaterale potrebbe essere lo spostamento di barili che prima finivano altrove — soprattutto in Cina, uno dei principali compratori del greggio venezuelano negli ultimi anni. E quando si spostano i flussi, si spostano anche le leve diplomatiche.
Sul piano politico, le reazioni sono state immediate. Da un lato, l’amministrazione americana insiste sul tema “legalità e lotta al narcotraffico” per giustificare l’azione contro Maduro. Dall’altro, le Nazioni Unite alzano il sopracciglio — e non è un eufemismo. L’Ufficio ONU per i Diritti Umani ha avvertito che l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato viola un principio cardine del diritto internazionale e lancia un messaggio pericoloso: "i potenti possono fare ciò che vogliono". Se la cornice è contestata, anche ogni mossa economica rischia di essere letta come “bottino” più che come transizione.
E poi c’è l’ultima domanda, quella che in un titolo non sta ma in una redazione sì: chi controlla i soldi? L’affermazione di Trump — “li gestisco io” — è politicamente potentissima e, proprio per questo, altamente infiammabile. Per Caracas può suonare come commissariamento. Per gli alleati e i rivali degli Stati Uniti è un precedente. Per le compagnie petrolifere è un rischio reputazionale e regolatorio: investire in un Paese ricchissimo ma instabile è già complicato; farlo mentre la legittimità internazionale della cornice è oggetto di contestazione è un altro sport.
Nel frattempo Chris Wright — ex manager del mondo energetico e oggi al vertice del Dipartimento dell’Energia — diventa il volto operativo di un piano che intreccia diplomazia, finanza e tanker. E mentre Washington parla di benefici “per venezuelani e americani”, la partita vera si gioca su tre tavoli: la tenuta della transizione a Caracas, la sostenibilità industriale dei flussi e la risposta internazionale a un’operazione che, per i critici, rischia di far saltare regole già fragili.
Morale provvisoria: i barili sono tanti, ma la storia è più grande del petrolio. Perché se il greggio è la merce, i proventi sono la leva. E quando una leva finisce nelle mani di un presidente che rivendica il controllo diretto, ogni goccia diventa politica.