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Delocalizzare negli Stati Uniti per evitare i dazi: la strategia più evocata, la meno praticabile

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Delocalizzare negli Stati Uniti per evitare i dazi: la strategia più evocata, la meno praticabile

Di fronte alla nuova ondata di dazi annunciata da Donald Trump, il primo riflesso di molte imprese italiane è stato quello più logico: valutare lo spostamento della produzione negli Stati Uniti per eludere i rincari sulle esportazioni. Una reazione comprensibile, soprattutto in settori strategici come l’agroalimentare, la meccanica strumentale, l’automotive e il fashion, che intrattengono da anni un rapporto strettissimo con il mercato americano. Ma se l’annuncio dei dazi è rapido e dirompente, la risposta delle aziende deve fare i conti con la realtà: delocalizzare non è una manovra tattica, è una strategia industriale profonda, costosa e lunga da realizzare.

Delocalizzare negli Stati Uniti per evitare i dazi: la strategia più evocata, la meno praticabile

Molti imprenditori, in queste ore, lo ammettono con franchezza: “Spostare una linea di produzione è una decisione da board, non da tweet”, commenta il responsabile di una media impresa emiliana dell’automotive. Ma il danno reputazionale, intanto, è già in moto: la pressione sui mercati è fortissima, i contratti internazionali vengono rinegoziati, i clienti americani iniziano a chiedere garanzie. E la filiera del made in Italy, già provata dall’aumento dei costi energetici, si trova ancora una volta a fare i conti con la geopolitica più spiccia.

Investire in America: una scommessa da milioni

Delocalizzare negli Stati Uniti, in concreto, non significa semplicemente cambiare etichetta o spedire container. Significa comprare terreni, edificare stabilimenti, trovare manodopera locale, ottenere autorizzazioni, garantire continuità nella qualità e nei tempi di produzione. Tutto questo mentre l’inflazione americana spinge verso l’alto il costo della vita e delle attività produttive, e mentre il dollaro continua a muoversi con forti oscillazioni rispetto all’euro.

Secondo uno studio della Confindustria Usa-Italia, per aprire un sito produttivo negli Stati Uniti servono in media dai 12 ai 24 mesi e un investimento iniziale che, anche per una PMI, può oscillare tra i 5 e i 15 milioni di euro. Una cifra che non tutte le imprese possono sostenere, soprattutto senza garanzie stabili di lungo periodo.

E proprio questo è il punto: oggi Trump impone dazi, domani potrebbe rimuoverli, dopodomani potrebbe colpire un altro settore. L’instabilità diventa strutturale. E chi investe, lo fa nel buio.

Il fattore politico: l’incognita di un ritorno trumpiano

La prospettiva del ritorno di Trump alla Casa Bianca ha già iniziato a ridisegnare gli equilibri internazionali. Il suo approccio unilaterale e transazionale, più che protezionista in senso classico, ha spinto molti partner europei — e l’Italia in particolare — a rivedere le priorità commerciali. Ma le imprese si muovono con i tempi lunghi della logistica e con le necessità reali della produzione.

Anche laddove l’interesse c’è — come nei casi di aziende che già possiedono una filiale commerciale negli Stati Uniti — passare da distributori a produttori è un salto che richiede non solo risorse, ma una precisa volontà strategica. E qui torna l’incertezza: chi garantisce che fra due anni il quadro normativo sarà lo stesso? Chi può escludere nuovi dazi, magari verso partner ancora oggi considerati amici? Il problema non è solo Trump. Il problema è l’America che Trump interpreta: quella del "make America great again" che può cambiare le regole in corsa senza preavviso.

Le alternative che le aziende stanno studiando

In questo scenario, la delocalizzazione si presenta più come uno spauracchio che come una soluzione. Così molte imprese italiane stanno studiando strade diverse: l’ottimizzazione delle filiere, lo sviluppo di hub logistici in aree terze (Canada, Messico, Nord Africa), la valorizzazione dei prodotti a più alto valore aggiunto, capaci di reggere anche tariffe elevate senza perdere appeal sul mercato.

Altre stanno lavorando sulla diversificazione dei mercati: Far East, Sud America, Paesi del Golfo. Non è facile, e non è immediato. Ma è spesso più realistico che spostare in blocco interi processi produttivi su un altro continente.

Infine, c’è chi punta sulla diplomazia economica. Le associazioni di categoria e i consorzi export stanno intensificando i contatti con i rappresentanti americani in Europa, cercando di aprire canali di dialogo e di ottenere esenzioni per specifici comparti, come avvenne nel 2019 per alcuni segmenti della filiera agroalimentare.

Una corsa che non si vince con l’impulso


Ecco perché, dietro agli annunci, serve cautela. Le imprese lo sanno: l’industria non è fatta di riflessi, ma di pianificazione. Spostare una fabbrica non è come spostare una campagna pubblicitaria. È una trasformazione che impatta su capitale umano, relazioni industriali, logistica, approvvigionamenti, standard qualitativi. Una trasformazione che non si fa per paura, né per fretta, ma solo quando i numeri — e la politica — offrono un terreno solido su cui posare le fondamenta.

E oggi quel terreno, tra dazi che salgono e scendono come in un’altalena, tra Borse che bruciano miliardi in poche ore, tra tweet che diventano strategia di Stato, non è ancora solido per nessuno. Nemmeno per chi, all’apparenza, sta solo cercando di proteggersi.

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