Taiwan: sale la tensione tra Cina e USA

- di: Gregorio Staglianò
 
Tra l’1 e il 4 ottobre scorso, ben 156 aerei da combattimento cinesi hanno sorvolato i cieli nei pressi di Taiwan, nella zona di identificazione di difesa aerea (ADIZ), attraverso una serie di incursioni volte ad intimidire e a sfidare i "separatisti" di Taipei che hanno innalzato bruscamente il livello di tensione internazionale attorno alla regione. Non è un mistero che il Presidente Xi Jinping consideri l’isola – la "provincia ribelle" - come parte integrante del territorio cinese: Pechino lo ha affermato a più riprese, specialmente dopo la pubblicazione del Libro Bianco sulla difesa nazionale al Congresso del Popolo nel luglio del 2019. "Non rinunceremo all’uso della forza nel tentativo di riunificare Taiwan con la terraferma: adotteremo tutte le misure militari necessarie per sconfiggere i separatisti".

Cresce la tensione fra Stati Uniti e Cina a causa di Taiwan

La questione taiwanese affonda le sue radici nella storia delle grandi potenze a cavallo tra Ottocento e Novecento. Al termine della Seconda guerra mondiale e con la sconfitta del Giappone, l’isola di Taiwan, fino ad allora colonia nipponica, divenne il rifugio del governo nazionalista del Kuomintang di Chiang Kai-shek, una volta che il Partito Comunista Cinese di Mao Tse-tung entrò in possesso di tutta la Cina continentale nel 1949, al termine di una sanguinosa guerra civile. Da allora il governo centrale di Pechino ha fermamente mantenuto la convinzione che Taiwan le appartenga come parte integrante del territorio della Repubblica Popolare Cinese.

Il The Economist lo ha definito come "il posto più pericoloso del mondo", per via della sua centralità strategica. Taiwan rappresenta sì un avamposto fondamentale per il controllo del Mar Cinese Orientale e delle sue risorse energetiche, ma anche e soprattutto il cuore dell’industria globale dei semiconduttori e dei microchip, fondamentali per lo sviluppo tecnologico-militare e high-tech. Ecco perché attorno a Taiwan si concentrano gli interessi non solo della Cina e delle potenze regionali che guardano con apprensione le mosse di Pechino, ma anche quelli degli Stati Uniti, che hanno l’intenzione di mantenere stabile l’intera regione. Washington ha utilizzato fino ad ora una posizione di "ambiguità strategica" nei confronti di Taiwan, riconoscendo da una parte l’esistenza del solo governo legittimo di Pechino ("One China Policy") e dell’altra armando Taiwan (USA-Taiwan Relations Act, 1979) attraverso un formidabile artificio diplomatico.

Dopo le massicce incursioni aere dei giorni scorsi e l’allarme lanciato dal ministro della Difesa di Taipei, Chiu Kuo-cheng, che ritiene la Cina capace di un'invasione su larga scala entro il 2025, il Presidente americano Joe Biden ha affermato che "gli Stati Uniti difenderanno Taiwan in caso di attacco da parte della Cina". L’asserzione arriva in risposta a quanto ribadito dal suo omologo cinese Xi Jinping circa l’inevitabile riunificazione" di Taiwan. È la seconda volta nel giro di poche settimane che le parole di Biden sembrano apparire come un tentativo di allontanamento dalla tradizionale ambiguità strategica di Washington.

La Cina ha chiesto intanto agli Stati Uniti di "evitare di mandare segnali sbagliati" sulla questione di Taiwan, rischiando di danneggiare la relazione tra le due potenze, oltre che "la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan". L’isola "è parte inalienabile del territorio cinese" e soprattutto "un affare assolutamente interno della Cina" che non tollera "interferenze esterne", ha ribadito il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Wang Wenbin, che ha, infine, invitato gli USA a non sottovalutare la "ferma determinazione e forte capacità nel salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale" della Cina.
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