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Trump sceglie Blair per guidare Gaza, freno a Israele sulla Cisgiordania

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Trump sceglie Blair per guidare Gaza, freno a Israele sulla Cisgiordania

La Casa Bianca annuncia una mossa che ridisegna gli equilibri mediorientali: Donald Trump ha scelto Tony Blair come capo dell’amministrazione ad interim per la Striscia di Gaza, con il compito di guidare la fase di transizione dopo la guerra. L’ex premier britannico, già inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente tra il 2007 e il 2015, torna al centro della diplomazia regionale in un ruolo operativo. La decisione, che mira a creare una gestione internazionale e non israeliana di Gaza nel dopoguerra, sorprende Gerusalemme e segnala una rottura rispetto alla linea che consentirebbe a Israele un’espansione diretta nei territori palestinesi.

Trump sceglie Blair per guidare Gaza, freno a Israele sulla Cisgiordania

“Non permetterò che Israele annetta la Cisgiordania”, ha dichiarato Trump in un’intervista televisiva, fissando un limite chiaro al governo di Benjamin Netanyahu. La frase arriva mentre la guerra a Gaza entra in una fase di stallo militare e di crescente pressione internazionale per un accordo sugli ostaggi e un cessate il fuoco. Trump, che lunedì incontrerà Netanyahu a Washington, ha aggiunto: “Israele sa cosa voglio”. Secondo fonti americane, l’incontro servirà a definire il perimetro politico della ricostruzione e della gestione della Striscia, affidata a una figura occidentale che non sia percepita come parte del conflitto.

Blair, ritorno in un terreno minato
La scelta di Blair è insieme pragmatica e controversa. Durante il suo mandato come inviato del Quartetto, il leader laburista aveva cercato di favorire la ricostruzione di Gaza e di rilanciare i colloqui israelo-palestinesi, con risultati limitati e spesso criticati dai palestinesi per un presunto eccesso di accomodamento verso Israele. Oggi, la sua figura appare come un ponte tra Washington, Bruxelles e alcune capitali arabe, in particolare Il Cairo e Amman. La nomina conferisce un volto politico a un progetto di transizione che finora era rimasto sulla carta, e sottolinea la volontà americana di evitare che Gaza scivoli sotto un’amministrazione israeliana diretta o torni a essere governata da Hamas.

Il raid in Yemen e le frizioni regionali
Mentre si annunciano nuovi assetti per il dopoguerra a Gaza, la regione continua a essere scossa dalla guerra a distanza tra Israele e gli attori sostenuti dall’Iran. Nella notte, decine di aerei e caccia israeliani hanno colpito Sanaa, capitale dello Yemen controllata dagli Houthi, alleati di Teheran. Secondo il ministero della Sanità locale, il raid ha causato otto morti e almeno 142 feriti. L’attacco, che secondo fonti militari israeliane avrebbe colpito depositi di missili e droni, mostra come la guerra in Medio Oriente non sia confinata a Gaza ma coinvolga un arco di crisi che va dal Libano allo Yemen, con un rischio crescente di escalation regionale.

Ostaggi e diplomazia incrociata
Trump ha lasciato intendere che “presto sarà possibile un accordo sugli ostaggi”, senza fornire dettagli ma lasciando intravedere contatti in corso con Qatar ed Egitto, mediatori tradizionali nelle trattative tra Israele e Hamas. La Casa Bianca punta a incassare un risultato diplomatico che possa rafforzare la posizione americana nel negoziato e legittimare la nuova architettura per Gaza. In questo contesto, la nomina di Blair non è soltanto una scelta tecnica ma anche un segnale politico verso l’Europa e i partner arabi, chiamati a partecipare finanziariamente e politicamente alla ricostruzione della Striscia.

Un equilibrio fragile

La decisione americana, accolta con freddezza dal governo israeliano, apre una fase di tensione tra Washington e Gerusalemme. Netanyahu, stretto tra le pressioni dell’ala nazionalista della sua coalizione e l’esigenza di mantenere il sostegno americano, dovrà misurarsi con un piano che limita l’espansione territoriale di Israele e affida a un ex leader europeo la gestione di Gaza. Il futuro della Striscia resta incerto, ma la mossa di Trump riporta l’iniziativa politica a Washington e rimescola le carte in una crisi che sembrava avviata verso un binario militare senza sbocco politico.

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