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Groenlandia, l’Ue alza il muro: stop ai dazi finché Trump minaccia

- di: Bruno Coletta
 
Groenlandia, l’Ue alza il muro: stop ai dazi finché Trump minaccia

Bruxelles smette di fare la comparsa: l’Europarlamento valuta di congelare l’intesa commerciale e stringe i ranghi con Danimarca e Groenlandia. Nel mirino anche il pressing delle big tech sul Digital Services Act.

(Foto: una riunione della Commissione europea).

Per mesi l’Europa ha incassato, ha deglutito, ha archiviato come “coloriture” le sparate di Donald Trump. Poi è arrivata la Groenlandia e il gioco si è rotto: quando un presidente degli Stati Uniti tratta un pezzo di territorio di un alleato come merce da scaffale — con la solita retorica da “prendo tutto perché posso” — non è più diplomazia, è bullismo geopolitico. E il bullismo, se lo premi, torna più affamato.

Stavolta però a Bruxelles qualcosa si muove davvero: l’idea che circola con sempre meno imbarazzo è semplice e tagliente. Se Trump minaccia l’integrità territoriale europea (sì, anche quando si chiama Regno di Danimarca), allora l’Europa smette di regalare stabilità commerciale a chi agita la clava. La leva? Il dossier che il tycoon considera oro: l’accordo Ue-Usa sui dazi e sul commercio, siglato politicamente in Scozia il 27 luglio 2025 tra Ursula von der Leyen e Trump.

In sostanza: il Parlamento europeo sta valutando di congelare o rinviare il via libera all’intesa. Un voto era atteso tra 26 e 27 gennaio 2026 (passaggio chiave in commissione Commercio). Adesso il calendario traballa, perché far passare l’accordo mentre la Casa Bianca fa la voce grossa sulla Groenlandia sarebbe un invito a nozze per chi confonde la forza con l’arroganza: “minaccio, ottengo, alzo la posta”.

Dalla maggioranza europeista arriva un messaggio che, per gli standard ovattati dell’Ue, suona come uno schiaffo ben assestato. La presidente di Renew, Valérie Hayer, mette la linea in chiaro con una formula che è quasi una serranda abbassata: “Si può decidere di ritardare il voto se la situazione politica non si stabilizza e se Donald Trump continua a minacciare la nostra integrità territoriale e sovranità”. E la capogruppo dei Socialisti e Democratici, Iratxe García Pérez, va giù ancora più dura sul silenzio di certa destra europea di fronte alle uscite americane: “L’estrema destra tace mentre Trump viola il diritto internazionale”.

Il punto non è “fare dispetto” a Washington. Il punto è impedire che Trump trasformi l’alleanza atlantica in un distributore automatico: inserisci minaccia, esce concessione. Ed è esattamente ciò che il Parlamento europeo vuole evitare, anche perché sul tavolo c’è già una narrazione tossica: l’idea che la Groenlandia sia un tassello “necessario” alla sicurezza nazionale americana e dunque trattabile. A questa logica l’Europa risponde con la cosa che più detesta fare: mettere condizioni.

Anche perché, nel frattempo, le capitali europee hanno smesso di fingere che sia solo un teatrino per i social. Emmanuel Macron ha parlato di conseguenze “senza precedenti” se viene minacciata la sovranità di un alleato europeo, ribadendo la solidarietà a Danimarca e Groenlandia. Da Copenaghen il tono è altrettanto netto: dopo colloqui “franchi” a Washington, il ministro degli Esteri danese Lars Løkke Rasmussen ha liquidato l’idea dell’acquisizione come non necessaria e politicamente irricevibile, ricordando che qui non si compra e non si vende nulla come fosse un resort.

A Bruxelles, intanto, è tornata in scena una parola che l’Ue aveva quasi archiviato: rappresaglia (in versione istituzionale, s’intende). E il primo passo è quello che fa più male a Trump: toccare il “successo” che ama sventolare. L’intesa sui dazi, infatti, nasce con l’obiettivo dichiarato di “stabilità e prevedibilità” negli scambi transatlantici. Ma stabilità e prevedibilità non possono essere un premio a chi agita la minaccia contro un territorio alleato. Non funziona così: non in un ordine basato su regole, e nemmeno in un patto tra adulti.

Il gelo commerciale, poi, s’incrocia con un’altra linea rossa europea: la guerra sotterranea sulle regole digitali. In questi giorni, a Bruxelles, si parla apertamente di pressioni delle big tech e di sponde politiche cercate tra i partiti più ostili alla regolazione Ue. Il caso Polonia è emblematico: il presidente Karol Nawrocki ha bloccato una legge nazionale legata all’attuazione del Digital Services Act, definendo quelle norme come una deriva “orwelliana”. È la fotografia di un fronte che Trump può provare a cavalcare: meno regole per i campioni americani del digitale, più spazio alla “libertà” intesa come assenza di responsabilità.

Non a caso, la Commissione Ue sta tenendo Elon Musk sotto una lente sempre più scomoda. L’ultima grana riguarda X e il suo chatbot Grok: dopo promesse di modifiche per impedire la generazione di immagini sessualizzate (incluse quelle che coinvolgono minori), Bruxelles ha fatto sapere che valuterà con rigore l’efficacia dei correttivi e che, se non bastano, scatterà l’applicazione piena delle regole. Traduzione: sanzioni, e non simboliche.

Ed è qui che i dossier si toccano. Perché l’Europa ha capito — finalmente — che Trump non divide i tavoli: li impila. Groenlandia, dazi, regole digitali, sicurezza: tutto viene scambiato, minacciato, “negoziato” con la stessa tecnica da wrestling. Se cedi su un fronte, paghi su tutti gli altri. Se invece rispondi in modo coordinato, togli ossigeno alla strategia della pressione permanente.

La svolta più interessante, però, è politica: nel Parlamento europeo si è ricomposta, almeno su questo, una maggioranza larga — popolari, socialisti, liberali, verdi — che ribadisce un principio elementare ma spesso dimenticato: qualsiasi tentativo di minare sovranità e integrità territoriale viola il diritto internazionale. Detto in modo meno cerimonioso: non si intimidisce un alleato Nato e non si prova a far saltare l’ordine giuridico a colpi di slogan.

Il paradosso è che Trump, nel suo metodo, sta regalando all’Ue la cosa che le mancava: la voglia di non farsi umiliare. Ogni “schiaffo” — la minaccia, il ricatto, la battuta da imperatore d’occasione — sta producendo anticorpi. E adesso Bruxelles comincia a parlare una lingua che a Washington capiscono benissimo: quella degli interessi. Se vuoi trattare l’Europa come periferia, l’Europa smette di comportarsi da periferia.

Il messaggio finale, in fondo, è una lezione di realismo: con Trump non funziona l’appello ai “valori” se non è accompagnato da costi concreti. L’Ue ha due scelte: continuare a reagire con note stampa e sopracciglia alzate, oppure usare — con freddezza — la sua forza economica e normativa. Se davvero si è svegliata, lo vedremo qui: quando arriverà il momento di votare, e qualcuno proverà a dire “dai, facciamolo passare lo stesso”. Perché è esattamente in quel “lo stesso” che Trump infilerebbe la prossima minaccia.

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