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Uffici tossici, dove il molestatore ha sempre una scusa

- di: Marta Giannoni
 
Uffici tossici, dove il molestatore ha sempre una scusa
Quando il silenzio diventa complice: tra scuse ingannevoli e omertà organizzata.

Un ambiente velenoso, ma impeccabile sulla carta

Dietro le vetrate pulite degli uffici e i codici etici affissi nei corridoi, si cela spesso un ambiente che di etico ha ben poco. Dove le molestie non sono l’eccezione, ma una prassi sottile, strisciante, normalizzata. Un contesto in cui il molestatore ha sempre una scusa pronta: “era uno scherzo”, “non era grave”, “non se l’è presa”. E chi subisce? Il più delle volte tace, isolato o colpevolizzato.

Tra il 2022 e il 2023, il 13,5% delle donne italiane ha dichiarato di aver subito molestie sul lavoro, contro il 2,4% degli uomini. Si parla di circa 2,3 milioni di persone coinvolte nel corso della propria esperienza professionale, un numero che smentisce ogni minimizzazione.

Le scuse più comuni del molestatore seriale

Il molestatore d’ufficio non si presenta mai come tale. Spesso è benvoluto, magari brillante, con una lunga carriera alle spalle. Ma soprattutto è protetto da una rete di complicità e giustificazioni.

La prima scusa, la più abusata, è: “era solo un gioco”. Le battute sessiste, i commenti sul corpo, i sussurri a mezza voce diventano parte del lessico quotidiano. Il risultato? Allontanamento, perdita di fiducia, fuga silenziosa.

La seconda scusa è: “non lo dice nessuno”. E in effetti il silenzio è la colonna portante della violenza psicologica nei luoghi di lavoro. Chi denuncia rischia ritorsioni, isolamento o — peggio — l’indifferenza generale. È la dinamica tipica dell’omertà aziendale.

La terza giustificazione è: “fa parte della nostra cultura aziendale”. Non è un’esagerazione. Alcune aziende normalizzano atteggiamenti sessisti all’interno delle proprie strutture, arrivando a ignorare sistematicamente le segnalazioni. Chi denuncia viene marginalizzato.

Cosa dice la legge (e cosa manca ancora)

Il diritto del lavoro italiano ha fatto dei passi avanti, ma ancora troppo lenti. L’articolo 2087 del Codice civile impone al datore di lavoro l’obbligo di garantire l’integrità psicofisica e morale dei dipendenti. Inoltre, con la ratifica della Convenzione ILO 190, anche le molestie psicologiche e verbali sono riconosciute come violazioni della sicurezza sul lavoro.

Tuttavia, l’applicazione concreta resta debole. La giurisprudenza distingue tra la molestia vera e propria (punibile se reiterata) e i singoli episodi, spesso rubricati come “scherzi”, “incomprensioni” o “non rilevanti ai fini disciplinari”. E così, molti casi non arrivano mai in tribunale.

Come si contrasta un ambiente tossico: tre livelli di azione

Contrastare le molestie non è un gesto individuale: è un cambiamento strutturale che deve coinvolgere più livelli, dalla governance interna fino al linguaggio che si usa per parlarne.

A livello aziendale, servono codici di condotta chiari, diffusi e rispettati. Le policy “tolleranza zero” devono tradursi in atti concreti: formazione obbligatoria, canali anonimi per segnalare abusi, responsabilizzazione del management.

Sul piano sindacale e giuridico, bisogna semplificare le procedure di denuncia e garantire assistenza legale e psicologica a chi denuncia. I sindacati devono essere attrezzati per gestire i casi di molestia in modo competente e non burocratico.

Culturalmente, serve una rivoluzione. Rompere il silenzio significa creare uno spazio di ascolto e legittimazione per chi ha subito. Significa dire, finalmente, “ti credo”.

Testimonianze che fanno male

“Una chat aziendale in cui si parlava delle colleghe come fossero carne al mercato. E quando ho chiesto rispetto, mi hanno tolto i progetti. Non mi hanno licenziata, ma mi hanno messo in un angolo.”

Questo non accade solo nelle agenzie pubblicitarie. Accade ovunque ci sia un capo protetto e una voce che ha paura.

La vera domanda: chi protegge chi?

In un ambiente sano, l’azienda protegge i suoi dipendenti. In un ambiente tossico, l’azienda protegge se stessa. Lo fa coprendo il molestatore, rimuovendo il problema anziché affrontarlo. I codici etici diventano strumenti di facciata.

Il molestatore, invece, ha sempre la battuta pronta, il consenso silenzioso dei colleghi, la complicità di una cultura d’impresa che confonde leadership con dominio.

La scusa non è più un’opzione

Finché si continuerà a credere che “non è successo niente” o che “era solo un momento di leggerezza”, l’ambiente d’ufficio resterà un luogo a rischio. Ma oggi esiste una nuova consapevolezza. Sempre più persone si rifiutano di tacere, sempre più aziende iniziano — anche se lentamente — a cambiare.

Ma la strada è ancora lunga. E ogni volta che sentiamo dire “non era così grave”, dovremmo chiederci: per chi?

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