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Unicredit verso il ricorso al Consiglio di Stato: non è uno scontro, ma una questione di principio

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Unicredit verso il ricorso al Consiglio di Stato: non è uno scontro, ma una questione di principio

Unicredit si prepara a muovere un passo che, più che un atto di ribellione, è una richiesta di chiarezza. Il cda dell’istituto, secondo fonti qualificate, sta valutando di presentare ricorso al Consiglio di Stato contro l’esercizio del golden power deciso dal governo sull’operazione di offerta pubblica di scambio su Banco Bpm. Dopo la sentenza del Tar del Lazio di luglio, che aveva accolto solo in parte le obiezioni della banca, la questione torna sul tavolo con una mossa che vuole definire meglio il perimetro giuridico di un potere diventato, negli ultimi anni, sempre più centrale nel rapporto tra finanza e politica.

Unicredit verso il ricorso al Consiglio di Stato: non è uno scontro, ma una questione di principio

Fonti vicine al dossier insistono su un punto: non c’è alcuna volontà di aprire uno scontro con l’esecutivo. “L’obiettivo è fare chiarezza”, spiegano. E nel linguaggio diplomatico della finanza questo significa che il gruppo di Piazza Gae Aulenti vuole fissare una linea, un principio di equilibrio tra le ragioni dello Stato e quelle del mercato. Il tema è delicato. Il golden power, pensato per proteggere gli asset strategici nazionali da interferenze straniere, nel tempo ha finito per lambire anche le grandi operazioni tra soggetti italiani, innescando un cortocircuito tra autonomia industriale e controllo politico.

Il precedente del Tar e i limiti del potere
Nel caso specifico, il governo aveva imposto vincoli e condizioni che Unicredit ritiene sproporzionati. Il Tar aveva dato parziale ragione alla banca, annullando due delle quattro clausole contestate, ma aveva confermato le restrizioni più sensibili, quelle relative all’uscita dalla Russia e al mantenimento di investimenti in asset italiani. Una decisione che ha lasciato aperta la questione di fondo: fino a che punto la tutela della sicurezza nazionale può giustificare limiti alla libertà d’impresa?

Orcel e la linea della tutela istituzionale
Il gruppo guidato da Andrea Orcel vuole che la risposta arrivi da un’istanza superiore, non per sfidare il governo ma per tutelarsi in modo preventivo. La scelta del ricorso viene letta internamente come una misura di garanzia per gli stakeholder e per l’immagine stessa dell’istituto, che intende ribadire la propria solidità e la propria conformità alle norme europee. Nella sostanza, Unicredit vuole dire che non rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale e che il suo ruolo in Russia – spesso evocato come elemento di vulnerabilità – è gestito nel pieno rispetto delle regole e degli interessi del Paese.

La linea sottile tra sovranità e mercato
La decisione, che sarà presa formalmente nelle prossime settimane, arriva in un momento di equilibrio sottile tra politica ed economia. Il governo Meloni, che ha fatto del concetto di “sovranità economica” un pilastro della propria agenda, difende il golden power come uno strumento necessario per proteggere gli interessi strategici. Ma le banche, e non solo Unicredit, guardano con crescente preoccupazione al rischio che la norma diventi una leva discrezionale, capace di introdurre incertezza nei processi di mercato.

In questo scenario, la mossa di Unicredit assume un valore che va oltre il caso tecnico. È un messaggio alla politica, ma con il tono misurato della prudenza istituzionale. “Nessuna ostilità”, ribadiscono fonti vicine al board, ma la volontà di evitare che un precedente giuridico resti ambiguo e possa pesare su future operazioni. È una strategia di autodifesa, ma anche un gesto di trasparenza, con cui la banca cerca di proteggere la propria reputazione e al tempo stesso di contribuire a una definizione più chiara delle regole del gioco.

Un equilibrio da ridefinire
La contesa sul golden power, al di là dei tecnicismi, è una partita di equilibrio tra due esigenze: quella dello Stato, che vuole vigilare sulle aree sensibili della finanza, e quella del mercato, che chiede libertà e certezza del diritto. L’Italia si muove su questo crinale da anni, tra governi che ne ampliano l’uso e imprese che ne temono l’imprevedibilità.

Ora toccherà al Consiglio di Stato chiarire i confini di questo potere. Il suo verdetto non determinerà solo il destino del ricorso di Unicredit, ma potrebbe diventare un precedente su come il Paese decide di coniugare sicurezza economica e libertà d’impresa. Per il momento, la banca sceglie la via del diritto, non dello scontro. Ma il segnale è chiaro: anche la finanza, quando serve, rivendica il proprio spazio di sovranità.

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