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Usa-Cina, accordo lampo sulle terre rare: l’Europa resta al bivio

- di: Marta Giannoni
 
Usa-Cina, accordo lampo sulle terre rare: l’Europa resta al bivio

Washington e Pechino siglano un patto strategico su export e dazi. Bruxelles temporeggia, Macron avverte: “Se resta il 10%, risponderemo colpo su colpo”.

(Foto: Scott Bessent, Segretario di Stato Usa al Tesoro)

Accordo siglato in silenzio, ma pesantissimo

È fatta: Washington e Pechino hanno finalizzato l’accordo discusso il mese scorso a Ginevra e affinato l’11 giugno a Londra. A confermarlo è stato il segretario al Commercio statunitense Howard Lutnick in un’intervista esclusiva, dichiarando che l’intesa è stata “firmata e sigillata due giorni fa”.

Ma il vero nodo, più ancora della tempistica, è il contenuto: le due superpotenze hanno concordato un meccanismo per accelerare le esportazioni di terre rare verso gli Stati Uniti, risolvendo uno dei fronti più strategici e opachi del confronto globale.

Un funzionario della Casa Bianca ha parlato di un “quadro normativo condiviso” per dare piena attuazione all’accordo di Ginevra, con particolare attenzione alle forniture minerarie ad alto valore tecnologico, finora trattenute da Pechino come contromisura contro i dazi imposti da Trump il 2 aprile scorso.

Le terre rare, il cuore dell’intesa

La posta in gioco non è affatto secondaria: le terre rare sono fondamentali per l’industria dei chip, la difesa, le auto elettriche e tutta la tecnologia a duplice uso civile-militare. La Cina controlla oltre il 70% della raffinazione globale e aveva inserito questi materiali nella lista delle esportazioni soggette a restrizioni.

Oggi, con un colpo di teatro, Trump annuncia l’accordo, senza fornire dettagli, lasciando ai tecnici il compito di spiegarlo retroattivamente. E mentre il presidente americano si prende la scena, il governo cinese incassa un successo diplomatico in stile Deng: pragmatico, silenzioso, orientato al risultato.

Trump annuncia, l’Europa attende

Nel mezzo resta l’Unione europea. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha confermato di aver ricevuto una controproposta formale dagli Stati Uniti sui dazi: “La stiamo valutando. Siamo pronti per un accordo, ma ci prepariamo anche a ogni eventualità”.

È un equilibrio precario, quello europeo, che oscilla tra l’opportunità di una distensione e la necessità di rispondere con fermezza. “Tutte le opzioni restano sul tavolo”, ha detto Von der Leyen, evitando accuratamente di usare parole troppo nette.

Molto più diretto è stato Emmanuel Macron: “La verità è che la miglior situazione sarebbe dazi zero tra Stati Uniti ed Europa. Ma se si arriverà al 10%, così sarà. In quel caso sarà inevitabile una misura di compensazione europea contro i prodotti americani venduti nel nostro mercato”.

Il divide et impera di Trump funziona (per ora)

L’accelerazione dell’accordo tra Usa e Cina non è solo economica. È anche geopolitica. La firma improvvisa mostra la volontà dell’amministrazione Trump di scavalcare Bruxelles, consolidare la catena di approvvigionamento strategica e mantenere il controllo sulla tecnologia avanzata.

Un chiaro messaggio a chi, nell’Ue, pensa di giocare la carta cinese come contropotere all’arbitrio americano. Invece è l’America, per ora, a tenere il mazzo e distribuire le carte.

Non è la prima volta che la strategia trumpiana si muove su binari paralleli: accordi bilaterali rapidi per mettere sotto pressione gli alleati, rilanciando al tempo stesso la retorica del “Make America Great Again” con nuove armi narrative. E ogni volta l’Europa si trova a inseguire.

Chi guadagna davvero da questo accordo?

La risposta è duplice. Da un lato, l’industria americana: ottenere nuovamente accesso facilitato alle terre rare cinesi significa liberare margini operativi per la produzione tecnologica nazionale.

Dall’altro lato, Pechino: con l’intesa toglie uno dei suoi strumenti di pressione più controversi dal tavolo negoziale, guadagnando credibilità diplomatica e forse ottenendo – dietro le quinte – aperture su altri fronti, come le sanzioni o i limiti alla presenza di aziende cinesi nel mercato Usa.

E l’Europa? Ancora in bilico. Né dentro né fuori dal gioco, sospesa tra l’ambizione di “terza via” e la realtà di un mercato globale che non aspetta. Il tempo per decidere si assottiglia. Il 10% di dazio evocato da Macron non è più un’ipotesi, ma un punto di rottura.

L’ora della scelta

L’accordo siglato tra Usa e Cina ha cambiato il quadro. Non è solo una questione di materie prime, ma di modelli di potere e tempi di reazione. Se l’Europa vuole restare rilevante nel grande gioco globale, non può più limitarsi a “valutare” o a “prepararsi”. Deve decidere, con coraggio. E in fretta.

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