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L'Intervento / Usa, una gran bella legge (per i più ricchi): il conto lo pagano tutti

- di: Bruno Legni
 
L'Intervento / Usa, una gran bella legge (per i più ricchi): il conto lo pagano tutti
Come mostra il professor Hamaui su lavoce.info, la manovra di Trump gonfia il debito, taglia il welfare e regala miliardi ai più ricchi.
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La nuova legge di bilancio americana, presentata con fanfara da Donald Trump e approvata alla Camera il 21 maggio, non è solo un documento contabile: è un manifesto politico. A metterne in luce le implicazioni più profonde e le contraddizioni più gravi è Rony Hamaui, professore all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e presidente di Intesa Sanpaolo ForValue, con un’analisi lucida e serrata pubblicata su lavoce.info, pregiato network economico.
Come sottolinea Hamaui, il “Big Beautiful Bill” rappresenta un atto di fedeltà assoluta alle promesse elettorali di Trump, una sorta di vendetta contro gli scettici che avevano liquidato certi proclami come pura retorica. Ma la coerenza politica ha un prezzo, e lo pagano i più deboli. “Il provvedimento è fortemente regressivo”, avverte Hamaui, “aumenta il disavanzo e produce benefici modesti per l’economia reale”.
Nel dettaglio, il lavoro di Hamaui su lavoce.info elenca un lungo catalogo di misure che favoriscono apertamente le fasce più ricche: estensione e rafforzamento dei tagli fiscali introdotti nel 2017, credito d’imposta per i figli, esenzioni su proprietà e donazioni, eliminazione delle tasse su straordinari e mance. Sul versante opposto, la legge smantella parte del Medicaid con un taglio di 800 miliardi, riduce l’assistenza alimentare (Snap) di altri 100 miliardi e penalizza università e fondazioni attraverso nuove imposte su investimenti e rendimenti. Tagliati anche i crediti per le energie pulite e le auto elettriche.
Hamaui evidenzia che si tratta di una redistribuzione al contrario. Il Penn Wharton Budget Model stima che le famiglie più povere perderanno oltre mille dollari nel solo 2026, mentre il 10% più ricco della popolazione si porterà a casa il 65% delle risorse stanziate. Il dato più sconcertante? Lo 0,1% dei contribuenti più ricchi avrà un guadagno netto di 4,3 milioni di dollari all’anno. “Non solo i poveri ci rimettono”, osserva Hamaui, “ma i ricchi guadagnano somme spropositate”.
Tutto questo avviene mentre il debito pubblico statunitense si avvia a toccare livelli da allarme rosso. Il Committee for a Responsible Federal Budget — come ricorda Hamaui nel suo articolo — prevede un aumento del debito di 3.300 miliardi di dollari nel prossimo decennio, che potrebbero diventare 5.200 se le misure temporanee fossero rese permanenti. Il rapporto debito/Pil, già oggi al 100%, salirebbe al 125% entro il 2034, con punte possibili fino al 129%.
Secondo Hamaui, si tratta di un rischio sistemico che potrebbe indebolire la credibilità finanziaria degli Stati Uniti. Eppure, come mostra uno studio di Alan Auerbach e Danny Yagan, citato sempre su lavoce.info, questa tendenza non è nata con Trump: è dagli anni Duemila che il Congresso ha smesso di correggere in modo virtuoso gli squilibri di bilancio. La differenza, oggi, è che la velocità del deterioramento è aumentata, e con essa le spese per interessi.
Il confronto proposto da Hamaui con la storia degli imperi in declino è inquietante: Niall Ferguson ha evidenziato come, in passato, il superamento della spesa per interessi rispetto a quella militare sia stato il preludio alla caduta di potenze globali. È accaduto alla Spagna, alla Francia dei Borbone, all’Impero ottomano, alla Russia zarista e alla Gran Bretagna post-bellica. Ora tocca agli Stati Uniti: nel 2024, per la prima volta, Washington spenderà più per pagare il debito che per finanziare la difesa.
Come sottolinea Hamaui, questa dinamica potrebbe diventare insostenibile proprio a causa dell’approccio di Trump alla gestione della finanza pubblica. E qui l’autore introduce un elemento biografico tutt’altro che secondario: il passato del presidente in materia di insolvenze. “Trump conosce bene le ristrutturazioni del debito”, scrive Hamaui, ricordando che le sue aziende hanno già presentato istanza di fallimento quattro volte, dal Taj Mahal al Trump Entertainment Resorts.
Una logica imprenditoriale spregiudicata, proiettata oggi su scala planetaria. E se le cose si mettessero davvero male? Hamaui, nel suo articolo, richiama le preoccupazioni espresse dal Wall Street Journal: in caso di fallimento della strategia commerciale basata sui dazi, Trump potrebbe arrivare a proporre una tassa sul debito del Tesoro, ipotesi già ventilata dall’economista capo della Casa Bianca, Stephen Miran. Una misura che equivarrebbe a un default parziale mascherato, e che — evidenzia Hamaui — metterebbe a repentaglio la fiducia globale nel sistema americano.
In conclusione, il “Big Beautiful Bill” si conferma per ciò che è: un regalo elettorale ai contribuenti più ricchi, un colpo al cuore dello stato sociale e una bomba a orologeria sul piano finanziario. Una “grande e bellissima legge” — come la definisce Trump — che, come mostra chiaramente il lavoro di Hamaui su lavoce.info, rischia di passare alla storia come il preludio a una crisi di credibilità della prima potenza mondiale.

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