Sondaggi record, ore invisibili e una domanda che rimbalza da una scuola all’altra: chi reggerà ancora? Numeri, cause e contromisure di un sistema educativo sotto pressione.
La fotografia che arriva dall’Australia è nitida, e per certi versi spietata: l’insegnamento resta un mestiere capace di accendere entusiasmo, ma sempre più spesso lo fa a intermittenza, coperto dal rumore di fondo di carichi di lavoro, pressione del tempo, gestione dei comportamenti in classe e burocrazia. Il risultato è una miscela che logora e che, per una quota non marginale di docenti, trasforma la vocazione in un conto alla rovescia verso l’uscita.
A mettere in fila i dati ci ha pensato AITSL (cioè Australian Institute for Teaching and School Leadership) con una pubblicazione del 6 ottobre 2025 dedicata a benessere professionale e intenzioni di carriera. La base è enorme: nel 2023 hanno partecipato all’Australian Teacher Workforce Survey 50.556 insegnanti registrati; e un modulo aggiuntivo sul benessere è stato compilato da 22.509 docenti. Non è un sondaggio “di nicchia”: è il termometro più vicino possibile a una temperatura nazionale.
Dentro quel campione, lo stress non è un’eccezione ma una scala di grigi che tende al scuro. Un quarto degli insegnanti si colloca su livelli bassi o nulli, mentre la quota che sperimenta stress alto, molto alto o severo arriva complessivamente a circa quasi uno su due. E se il dato colpisce, il “perché” è persino più rivelatore: il fattore più citato è il workload (il carico di lavoro), seguito dal fronte caldo dei rapporti con studenti, famiglie e comunità, e poi dall’eterno braccio di ferro con il tempo e con gli adempimenti.
Il capitolo burnout è quello che, nei report, suona come un allarme: più della metà degli insegnanti riferisce almeno un livello di burnout, e una quota più piccola ma pesante dichiara di sentirsi completamente esausta. In parole semplici: non si parla solo di stanchezza di fine trimestre, ma di un’usura che si accumula e cambia il modo in cui si vive il lavoro, e talvolta anche il modo in cui si sta al mondo.
È qui che entra il dato più politicamente esplosivo: le intenzioni di carriera. Nel quadro sintetizzato da AITSL, circa il 26% dice di voler restare fino alla pensione; un 35% è incerto; mentre una fetta ampia guarda alla porta d’uscita prima del tempo. Nel breve periodo, il report segnala una quota che valuta l’addio entro quattro anni, con un segmento che parla addirittura di un orizzonte entro dodici mesi. Non è un “tutti se ne vanno”, ma è abbastanza da far tremare un sistema che già fatica a coprire cattedre e specializzazioni.
Il punto, però, non è solo quanti pensano di mollare: è cosa spinge in quella direzione. E qui il racconto si allarga oltre un singolo report, perché lo stress docente in Australia incrocia un tema globale: la scuola come “frontiera” che assorbe problemi sociali, fragilità, conflitti e aspettative crescenti, spesso senza poter contare su tutele e strumenti adeguati. Non stupisce che, quando le pressioni diventano croniche, la resilienza smetta di essere virtù e diventi un costo.
A rafforzare questa lettura c’è anche la lente internazionale dell’OCSE. Nei risultati TALIS 2024 (country notes pubblicate il 7 ottobre 2025), gli insegnanti australiani del secondario inferiore a tempo pieno dichiarano di spendere in media 4,7 ore a settimana in lavoro amministrativo, contro una media OCSE di 3 ore. E non è solo “carta”: sono procedure, piattaforme, registrazioni, comunicazioni, compliance, un mosaico di micro-attività che divorano tempo e, soprattutto, concentrazione didattica.
Il paradosso è che la scuola, mentre chiede ai docenti di essere sempre più educatori, mediatori, tecnici, psicologi e amministrativi, rischia di sottrarre la risorsa più rara: l’attenzione da dedicare agli studenti. Ed è proprio su questo che alcune riforme provano a colpire, con un approccio quasi chirurgico: togliere ai docenti ciò che non è insegnamento.
Un esempio concreto arriva dal New South Wales, dove il governo statale ha esteso un programma di riduzione delle incombenze scolastiche: l’obiettivo dichiarato è spostare compiti ripetitivi e ad alta componente burocratica su figure di supporto, liberando ore. Nella comunicazione istituzionale dell’ottobre 2024, la ministra Prue Car sintetizza la filosofia con parole nette: "Abbiamo bisogno che gli insegnanti si concentrino su ciò che conta di più: insegnare in classe". E aggiunge: "Il programma riduce il carico di lavoro e snellisce i sistemi". È un segnale: quando la politica parla di benessere docente, sempre più spesso parla di tempo.
Anche a livello federale la direzione è simile. Il National Teacher Workforce Action Plan (varato nel dicembre 2022 e aggiornato nel 2025) mette la riduzione del carico non necessario tra le leve principali per trattenere i docenti: non è una misura cosmetica, ma una scelta strutturale, perché la permanenza in classe è la variabile che decide se la carenza di insegnanti diventa crisi permanente.
Ma c’è un’altra dimensione, più intima e meno visibile nei fogli excel: la salute mentale. Nell’agosto 2025, UNSW Sydney ha diffuso i risultati di uno studio su migliaia di insegnanti, con numeri che spostano il tema dal “benessere” alla clinica: depressione, ansia e stress a livelli nettamente superiori alla norma della popolazione generale. La ricercatrice Helena Granziera riassume l’equazione senza giri di parole: "Non è solo un tema di benessere: è un tema di forza lavoro". Tradotto: se i docenti stanno male, il sistema si svuota, e la scuola paga due volte: in sostituzioni e in qualità.
E non riguarda soltanto chi insegna, ma anche chi dirige. Nel marzo 2025, un’inchiesta del The Guardian ha acceso i riflettori sulla condizione dei presidi australiani: carichi di lavoro “da CEO”, conflittualità crescente, episodi di violenza e intimidazioni, e una quota elevata di leader scolastici che valuta di lasciare l’incarico. È un tassello importante, perché quando la leadership si indebolisce, a cascata si indeboliscono supporto, organizzazione e clima interno; e, come mostrano i modelli sul benessere lavorativo, il burnout raramente è solo individuale: spesso è un fenomeno ambientale.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: l’Australia è un caso isolato o un’anticipazione? I report più recenti suggeriscono la seconda. Perché i fattori che pesano sui docenti australiani sono gli stessi che compaiono nei dibattiti di mezzo mondo: burocrazia che cresce più in fretta delle ore, classi complesse, pressione valutativa, aspettative sociali altissime e, spesso, riconoscimento percepito come insufficiente.
La buona notizia, se c’è, è che i dati non raccontano solo crolli: raccontano anche cosa protegge gli insegnanti. Nel quadro di AITSL contano le “risorse” del lavoro: autonomia, chiarezza delle aspettative, supporto dei colleghi e dei dirigenti, tempo realistico per fare ciò che viene richiesto. In pratica: meno compiti impossibili, più organizzazione, più fiducia. Sembra banale, ma non lo è: in molti sistemi scolastici, la fatica nasce proprio dalla distanza tra ciò che si pretende e ciò che si rende concretamente fattibile.
E allora il caso australiano diventa un avviso luminoso: quando una professione continua a generare senso e motivazione, ma viene schiacciata da carichi e pressioni, la conseguenza non è solo lo stress. È la perdita di persone. E la scuola, a differenza di altri settori, non può rimpiazzare rapidamente esperienza, autorevolezza e capacità relazionale. Per questo, più che chiedere “resilienza”, i report chiedono una cosa concreta e misurabile: ridare tempo alla didattica. Il resto, spesso, viene dopo.