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Davos: i ceo italiani fiduciosi sul mondo, più cauti su Italia e IA

- di: Matteo Borrelli
 
Davos: i ceo italiani fiduciosi sul mondo, più cauti su Italia e IA

Tra ottimismo e prudenza: più fiducia nel mondo che nel Paese, mentre l’AI divide chi accelera e chi resta indietro. 

A Davos il termometro della fiducia dei vertici aziendali si muove come un pendolo: da una parte l’idea che l’economia mondiale possa tornare a spingere, dall’altra la sensazione che il terreno sotto i piedi resti instabile. Nella fotografia più recente scattata tra gli amministratori delegati, il dato che colpisce è il doppio binario: il 62% dei ceo italiani prevede una crescita dell’economia globale nei prossimi dodici mesi, mentre la fiducia sull’economia nazionale si ferma a 49%.

La distanza non è solo statistica: racconta una postura mentale. Molti leader vedono opportunità in una ripartenza internazionale, ma restano guardinghi sul “fattore Italia”, dove pesano produttività, tempi di investimento, incertezza macro e la sensazione che i grandi cambiamenti – energia, catene di fornitura, tecnologia – siano più veloci dei meccanismi con cui il Paese reagisce.

La parola che rimbalza nei corridoi del Forum, però, è una sola: intelligenza artificiale. Non come slogan, ma come linea di frattura. In cima all’agenda c’è l’AI “pratica”, quella che dovrebbe portare risultati misurabili. E qui arriva il paradosso: gli investimenti aumentano, le sperimentazioni si moltiplicano, ma il conto economico spesso non mostra ancora il salto promesso. In molte aziende il ritorno resta parziale: efficienza o ricavi, raramente entrambe le cose insieme.

A rendere il quadro più tagliente è il tema del divario tra chi sta riuscendo a integrare l’AI nei processi e chi, invece, la vive come una corsa con le scarpe slacciate. Mohamed Kande, chairman globale di PwC, ha insistito sul rischio di una polarizzazione tra “leader” e “laggard”, con l’AI che smette di essere un progetto e diventa un fattore strutturale di competitività.

“L’AI sta diventando un elemento che separa chi reinventa il business da chi resta indietro” (commento attribuito a dichiarazioni pubbliche in occasione della presentazione dei risultati a Davos). Il punto, tradotto in lingua aziendale, è brutale: infrastruttura dati, qualità delle informazioni, governance, competenze interne e capacità di cambiare i flussi di lavoro contano più dell’acquisto di una piattaforma “miracolosa”.

Sul fronte italiano la questione assume contorni ancora più concreti. Se la fiducia sulla crescita interna resta sotto la metà, la sensazione è che la partita si giochi sulla velocità di esecuzione: aggiornamento delle competenze digitali, capacità di trattenere talenti, gestione del cambiamento. In altre parole: non basta “fare AI”, bisogna rendere l’AI un’abitudine operativa, e questo richiede persone preparate e processi ripensati.

Intanto, l’ambiente esterno continua a soffiare aria fredda. I rischi percepiti dai decisori internazionali si stanno spostando: cresce la paura che l’economia diventi un campo di battaglia, con dazi, restrizioni e leve industriali usate come strumenti di pressione. E quando la geopolitica entra nei bilanci, la fiducia tende a diventare più selettiva: investo sì, ma dove posso difendermi meglio.

In questo contesto si innesta un’altra ansia: e se l’onda dell’AI non portasse davvero la produttività promessa? Alcuni osservatori internazionali hanno messo in guardia sul rischio di aspettative troppo alte, soprattutto se l’economia globale finisse per “contare” su un’accelerazione tecnologica non ancora pienamente tradotta in crescita diffusa. Il timore non riguarda solo le Big Tech: riguarda l’effetto domino su investimenti, mercati e fiducia.

Eppure, c’è un filo di ottimismo che resiste. I ceo che stanno ottenendo risultati più solidi raccontano una ricetta meno spettacolare e più disciplinata: dati ordinati, casi d’uso mirati, sperimentazioni rapide ma governate, e soprattutto una regola d’oro – l’AI non può essere un reparto, deve essere un modo di lavorare. Dove questo sta succedendo, l’adozione non è cosmetica: entra nelle vendite, nel marketing, nella supply chain, nella finanza, nell’assistenza clienti.

Il messaggio che arriva da Davos, quindi, non è “tutto bene” né “tutto male”. È più simile a un avviso: il ciclo economico può migliorare, ma la competizione si sta spostando sul terreno della trasformazione. E l’Italia, nel giudizio degli stessi manager, sembra vivere una fase in cui l’ottimismo globale non si traduce automaticamente in fiducia domestica. Il Paese resta nel mezzo, sospeso tra opportunità e freni, con l’AI come acceleratore possibile e, allo stesso tempo, come test di maturità.

La cifra del momento sta tutta in quel doppio numero: 62% di fiducia sul mondo, 49% sull’Italia. La distanza non è una condanna, ma un compito: ridurla significa far camminare insieme investimenti, competenze e capacità di esecuzione. Perché, nel 2026, la vera domanda non è se l’AI “arriverà”. È chi arriverà prima.

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