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Dollaro in caduta e “Sell America”: l’anno uno di Trump

- di: Bruno Legni
 
Dollaro in caduta e “Sell America”: l’anno uno di Trump
DXY giù di circa 9% in 12 mesi, euro oltre 1,16: tra dazi, Fed nel mirino e investitori che coprono il rischio USA.

 

C’è un dettaglio che, più di mille dichiarazioni, racconta l’umore dei mercati verso gli Stati Uniti: il dollaro, per una volta, non si comporta da padrone del ring. A metà gennaio 2026 l’indice DXY – il termometro del biglietto verde contro un paniere di valute – galleggia attorno a quota 99 e, soprattutto, segna un bilancio netto: circa -9% negli ultimi dodici mesi (dato aggiornato al 18-19 gennaio 2026, secondo rilevazioni di mercato riportate da piattaforme macro e da cronache finanziarie). In parallelo, il cambio EUR/USD si muove nell’area di 1,16 (19 gennaio 2026), fotografando una moneta unica tornata a “respirare” dopo anni in cui l’America sembrava l’unica destinazione possibile per il capitale globale. Il punto non è un numero. È la storia che quel numero racconta: nel primo anno della nuova presidenza Donald Trump, il dollaro ha dovuto pagare una tassa invisibile chiamata incertezza.

Il 2025 è stato l’anno della svolta: nella prima metà, il DXY ha registrato la peggior partenza dal 1973, con un arretramento nell’ordine del 10-11% tra gennaio e fine giugno (analisi e ricostruzioni pubblicate nell’estate 2025 da case di investimento e media economici internazionali). Poi non è arrivato il rimbalzo “riparatore” che spesso rimette in ordine i cambi: il dollaro ha oscillato, ha provato a risalire, ma è rimasto inchiodato a un’idea che nel mercato valutario pesa come un macigno: quando cresce il rischio politico, la valuta può indebolirsi anche se i fondamentali non crollano. E qui entra in scena l’etichetta più pungente circolata tra sale trading e gestori: “Sell America”, cioè la strategia (non sempre dichiarata, spesso praticata) di ridurre l’esposizione agli asset USA o di coprirla dal rischio cambio.

Il copione si è visto bene nelle giornate del 18-19 gennaio 2026: annunci e minacce di nuove tariffe verso Paesi europei – legate, in un intreccio geopolitico senza precedenti, alla questione Groenlandia – hanno scosso il mercato. In teoria, uno scontro commerciale dovrebbe colpire prima l’Europa. In pratica, la reazione è stata più ambigua: il dollaro ha mostrato cedimenti e gli investitori hanno guardato altrove, verso valute considerate più “difensive” come yen e franco svizzero, e verso beni rifugio come l’oro. È il paradosso dell’era Trump: quando la politica diventa un fattore di volatilità, la tradizionale gerarchia dei rifugi può cambiare gerarchie per qualche seduta, o anche per settimane.

Il primo pilastro della debolezza del dollaro è stato commerciale. Nel 2025 la Casa Bianca ha rimesso i dazi al centro della scena, in una logica muscolare: tariffa come minaccia, tariffa come leva negoziale, tariffa come slogan interno. A fine dicembre 2025, diverse ricostruzioni dei mercati hanno sottolineato quanto la guerra commerciale abbia prodotto risultati diversi da quelli prezzati da Wall Street a inizio anno: più incertezza sulle catene di fornitura, più volatilità sugli utili, più prudenza negli investimenti. E quando l’orizzonte diventa più nebuloso, il mercato fa una cosa semplice: si copre. Non sempre vendendo azioni o Treasury, spesso vendendo proprio il dollaro.

Il secondo pilastro è istituzionale, ed è quello che i cambi “sentono” più in fretta. Nel 2025 e all’avvio del 2026 sono aumentate le analisi – e i timori – sull’indipendenza della Federal Reserve. In più passaggi pubblici, l’amministrazione e l’entourage presidenziale hanno spinto sul tema dei tagli dei tassi e della guida della banca centrale, mentre sui mercati rimbalzavano indiscrezioni e commenti sul futuro della presidenza Fed. Il risultato, per chi gestisce miliardi, è una domanda brutale: se la banca centrale viene percepita come meno autonoma, quanto “prezzo” devo chiedere per tenere dollari in portafoglio? In un sondaggio tra strategist valutari pubblicato a inizio gennaio 2026, diversi operatori hanno descritto una prospettiva ancora prudente sul biglietto verde proprio per questo motivo. In alcuni report e commenti di analisti (estate 2025), la frase chiave era quasi sempre la stessa, ripetuta in varie forme: "se il mercato interpreta un indebolimento dell’indipendenza della Fed, il dollaro tende a pagare dazio".

Il terzo pilastro è reale, meno scenografico ma più persistente: l’economia. Da un lato, l’aspettativa di tassi più bassi rende spesso meno appetibile una valuta. Dall’altro, un dollaro più debole ha effetti misti: aiuta le esportazioni americane e migliora la competitività dei prodotti USA, ma rende più care le importazioni e può alimentare pressioni sui prezzi interni. È un equilibrio delicato, perché si incrocia con un’altra variabile che nel 2025 è tornata a dominare le discussioni: la traiettoria del debito e della spesa. Ogni volta che la finanza percepisce un aumento del rischio fiscale (o, semplicemente, un dibattito politico più conflittuale sul tema), chiede un premio: talvolta sui rendimenti, talvolta sul cambio.

E qui arriviamo al “che cosa ha fatto” Trump nel suo anno uno, guardandolo con gli occhi del dollaro. Primo: ha riposizionato la politica commerciale come strumento quotidiano, non come eccezione. Secondo: ha riaperto il dossier del rapporto tra Casa Bianca e Fed, con pressioni e messaggi che gli investitori leggono come un fattore di rischio. Terzo: ha alimentato una narrativa di negoziazione permanente – che può spuntare concessioni nel breve, ma tende a scoraggiare gli investimenti di lungo periodo quando diventa imprevedibile. Un esempio concreto è arrivato il 19 gennaio 2026 da un’analisi sull’Europa: un istituto economico tedesco ha registrato un forte rallentamento degli investimenti delle imprese tedesche negli Stati Uniti nel 2025 (periodo febbraio-novembre), attribuendolo alla combinazione di incertezza commerciale, dollaro più debole e clima tariffario. In sostanza: meno chiarezza oggi, meno progetti domani.

C’è poi la dimensione psicologica, che in valuta vale più di quanto si ammetta: la fiducia. Quando i mercati parlano di “premio per il rischio politico”, stanno dicendo che non basta più la forza storica del dollaro come moneta di riserva. Serve un contesto leggibile. Nelle cronache finanziarie di metà gennaio 2026, tra grandi gestori e case internazionali è emersa una tendenza: ridurre l’esposizione netta in dollari o aumentare le coperture, non per sfiducia nella capacità produttiva americana, ma per la difficoltà di “prezzare” la prossima mossa politica. Tradotto in linguaggio da sala mercati: "non stiamo uscendo dagli Stati Uniti, stiamo smettendo di scommettere a occhi chiusi sul dollaro".

Questo non significa che il dollaro sia diventato fragile in senso strutturale. Anzi, varie letture di fine 2025 hanno ricordato un fatto semplice: sul lungo periodo il biglietto verde resta forte, e negli ultimi anni ha avuto una fase di apprezzamento robusta. Il punto, però, è il cambio di regime: nel breve e medio periodo, la valuta USA sembra più sensibile a tre variabili che nel 2025-2026 hanno viaggiato insieme: dazi, Fed, percezione di stabilità istituzionale.

Cosa aspettarsi adesso? Due scenari, entrambi compatibili con un dollaro meno dominante di qualche anno fa. Nel primo, le tensioni commerciali si raffreddano e la Fed riesce a mantenere una traiettoria percepita come indipendente: il dollaro può stabilizzarsi e recuperare terreno, anche perché gli Stati Uniti restano un magnete per capitali e innovazione. Nel secondo, l’incertezza resta alta e si aggiunge un braccio di ferro istituzionale più marcato: la “tassa rischio” resta nel prezzo e il dollaro fatica a riprendersi, soprattutto contro euro e valute rifugio. In entrambi i casi, la vera notizia del primo anno di Donald Trump non è che il dollaro scende. È che scende mentre il mondo si accorge di una cosa: il dollaro non vive soltanto di tassi e crescita. Vive anche di prevedibilità. E quella, nel 2025, è stata la merce più rara. 

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