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Tokyo sotto ordine Usa: addio al gas russo, ma l’Alaska è molto cara

- di: Matteo Borrelli
 
Tokyo sotto ordine Usa: addio al gas russo, ma l’Alaska è molto cara
Tokyo sotto ordine Usa: addio al gas russo, ma l’Alaska pesa
Washington ordina al Giappone di ridurre la dipendenza dal Gnl russo. Tokyo, incastrata tra fedeltà all’alleato e rischio di crisi energetica, guarda all’Alaska e al Canada. Ma i costi e la politica interna frenano ogni passo.

(Foto: estrazione di petrolio).

Non è più una raccomandazione, ma un ordine americano. Gli Stati Uniti vogliono che il Giappone tagli i legami energetici con Mosca, iniziando dal gas liquefatto del progetto Sakhalin-2. Per Tokyo, che da anni riceve da lì circa il 9% delle proprie importazioni di Gnl, la mossa apre una partita rischiosa tra sicurezza energetica e fedeltà geopolitica.

Washington detta la linea, Tokyo corre ai ripari

Dietro la pressione americana c’è una strategia chiara: isolare la Russia anche nel mercato del gas e consolidare un asse energetico controllato dagli Usa. Da qui la spinta verso il progetto Alaska LNG, un maxi piano da oltre 44 miliardi di dollari per esportare fino a 20 milioni di tonnellate annue di gas verso l’Asia. Il messaggio di Washington è stato perentorio, secondo ambienti diplomatici: “È tempo che il Giappone scelga il lato giusto della storia”.

Tokyo teme la scossa delle bollette

La premier Sanae Takaichi ha espresso preoccupazione diretta al presidente Donald Trump durante il recente incontro a Tokyo: “Un divieto totale sul gas russo rischierebbe di far esplodere le bollette”. La leader nipponica ha ordinato di attivare le scorte strategiche e rafforzare le riserve per proteggere famiglie e imprese, in una fase di rallentamento economico. Le principali utility – da JERA a Tohoku Electric – confermano di poter attingere temporaneamente al mercato spot, ma ammoniscono: “Non possiamo sostituire Sakhalin dall’oggi al domani”.

Alaska LNG, il sogno americano dai costi proibitivi

Dietro il fascino della bandiera a stelle e strisce si nasconde un conto salato. Il progetto Alaska LNG, sostenuto da Trump e da parte del Congresso, richiede la costruzione di un gasdotto di 1.300 chilometri attraverso territori artici fino al terminal di liquefazione di Nikiski. Ma i numeri fanno tremare Tokyo: l’investimento complessivo supererebbe i 44 miliardi di dollari, con costi per tonnellata di gas quasi doppi rispetto a quelli del Golfo del Messico. “Il prezzo finale resta un’incognita”, ha ammesso Takayoshi Enomoto di Tohoku Electric.

Il Canada come alternativa concreta

Mentre Washington insiste, gli operatori giapponesi guardano con maggiore fiducia a LNG Canada, l’impianto di Kitimat sulla costa pacifica già operativo. Rotte più corte, fornitori affidabili e costi inferiori rendono il progetto canadese una soluzione più sostenibile. Tokyo Gas e Mitsubishi, che dal 1969 importano Gnl dall’Alaska, preferiscono attendere: nessuna rottura diplomatica, ma neppure un assegno in bianco per un’avventura dagli esiti incerti.

Una partita tra energia e geopolitica

La questione energetica è diventata un test di sovranità. Accettare l’ordine americano significherebbe allinearsi totalmente alla politica delle sanzioni, ma anche rischiare un’impennata dei costi interni. Resistere, invece, equivarrebbe a mettere in discussione l’alleanza con gli Stati Uniti. Un consigliere economico di Tokyo sintetizza così il dilemma: “Il Giappone vuole diversificare, ma non può permettersi di obbedire ciecamente”.

Il rischio Cina dietro l’angolo

Un’uscita affrettata dal progetto Sakhalin potrebbe aprire la porta a nuovi investimenti cinesi, pronti a rilevare le quote giapponesi. Pechino, che già punta a contratti di fornitura a prezzi inferiori, vedrebbe consolidarsi la sua influenza energetica nel Pacifico. Per Tokyo sarebbe una beffa geopolitica: cedere spazio alla Cina per compiacere Washington.

La verità dei numeri

Nel 2024 il gas liquefatto proveniente dalla Russia ha coperto l’8,6% delle importazioni giapponesi, destinato soprattutto alla produzione termoelettrica. Tagliare quella quota significherebbe ristrutturare contratti, logistica e tariffe. Gli analisti concordano: la diversificazione è necessaria, ma non può essere imposta “a colpi di ordine presidenziale”.

Morale: Tokyo non può sottrarsi alla pressione americana, ma non intende sacrificare la propria sicurezza energetica sull’altare della geopolitica. L’addio al gas russo sarà graduale, non imposto. E il conto, per ora, lo pagano i cittadini giapponesi.

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