La temperatura diplomatica, in Artico, non scende mai davvero sotto lo zero. E nelle ultime ore è salita di colpo: dalla Casa Bianca è arrivata una formula che, letta a Bruxelles e a Copenaghen, suona come un campanello d’allarme con il volume al massimo. In sostanza: sul dossier Groenlandia non esiste un “mai”. Esiste un “tutte le opzioni”.
Il punto non è soltanto l’ennesimo rilancio di Donald Trump sull’isola più grande del pianeta, territorio autonomo del Regno di Danimarca. Il punto è il sottotesto muscolare che accompagna la strategia: la possibilità di ricorrere alla forza resta evocata come carta estrema, anche mentre circolano indiscrezioni su una via parallela, più elegante e più tagliente: un’intesa politica e militare direttamente con Nuuk, capace di aggirare (o quantomeno di ridimensionare) il ruolo danese.
"L’uso delle forze armate è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo": è la frase che ha gelato gli alleati, rimbalzata nelle ricostruzioni internazionali e attribuita alla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Una riga che pesa come una crepa dentro la NATO, perché non arriva da un avversario, ma dal pilastro dell’Alleanza.
La reazione europea è stata rapida e insolitamente compatta. In una dichiarazione congiunta, i leader di Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna, Regno Unito e Danimarca hanno richiamato un principio che, a leggerlo oggi, sembra scritto apposta per respingere ogni tentazione di “annessione per necessità”: "La Groenlandia appartiene al suo popolo". E ancora: la sicurezza nell’Artico va garantita “collettivamente”, dentro i meccanismi dell’Alleanza, nel rispetto di sovranità e integrità territoriale.
Dietro la frase più netta, però, si intravede la fatica dell’equilibrismo: dire “no” senza trasformare il rifiuto in un incidente irreparabile con Washington. È la linea sottile che corre tra la difesa dei confini e la paura di incrinare il fronte euro-atlantico mentre l’Europa è ancora appesa alla guerra in Ucraina e alle sue conseguenze strategiche.
Nel frattempo, Copenaghen prova a disinnescare l’argomento più usato da Washington: “ci serve per la sicurezza”. La Danimarca da tempo discute un rafforzamento della propria postura artica – sorveglianza, mezzi, infrastrutture – anche con investimenti annunciati e ribaditi nelle ultime settimane. Ma nel lessico trumpiano la questione non è “fare di più insieme”: è “decidere noi”.
Qui entra in scena la seconda pista, quella che in diplomazia vale quasi più della minaccia: l’idea di un accordo diretto tra Stati Uniti e Groenlandia, sul modello delle “libere associazioni” che Washington ha con alcuni Stati del Pacifico. Non è un dettaglio tecnico: quei meccanismi – noti come Compacts of Free Association – definiscono rapporti speciali, con ampi margini di manovra per la presenza e l’operatività statunitense in campo difensivo, e con cornici economiche preferenziali.
Se applicato al contesto groenlandese, un simile schema avrebbe un effetto politico immediato: spostare l’asse dal rapporto “Regno di Danimarca–USA” a un binomio “Nuuk–USA”, riducendo la Danimarca a cornice e non più a regista. Una soluzione che, per Washington, può apparire “diplomatica” e allo stesso tempo estremamente efficace: perché non prende il territorio con i carri armati, ma lo avvicina con le clausole.
Non sorprende, dunque, che in Groenlandia la parola chiave resti una: autodeterminazione. Il primo ministro Jens-Frederik Nielsen ha accolto il sostegno europeo e ha chiesto rispetto del diritto internazionale. È una posizione che parla a due pubblici contemporaneamente: agli alleati europei, per ribadire che la Groenlandia non è una pedina; e a Washington, per segnalare che ogni dialogo passa da un presupposto non negoziabile.
Il nervo scoperto, infatti, è triplo: militare, economico, logistico. Sul piano militare, l’isola ospita già una presenza USA di valore strategico: la Pituffik Space Base (ex Thule), un tassello cruciale per sorveglianza e allerta, con capacità radar legate alla difesa missilistica e al monitoraggio spaziale. In altre parole: Washington è già dentro la Groenlandia, e non da ieri.
Il secondo livello è quello economico-minerario. Sotto il ghiaccio (e soprattutto ai margini del ghiaccio, dove estrarre è meno proibitivo) si gioca una partita su risorse considerate critiche: terre rare e minerali strategici. Il tema è geopolitico prima ancora che industriale: ridurre dipendenze, diversificare filiere, limitare i margini di pressione di potenze concorrenti.
Il terzo livello, infine, sono le rotte. Il riscaldamento globale sta trasformando l’Artico in un corridoio potenziale: più navigabile, più ambito, più conteso. La geografia torna a essere destino, e la Groenlandia diventa insieme porta, piattaforma e barriera nel Nord Atlantico.
In questo contesto, il messaggio attribuito al vice capo di gabinetto Stephen Miller – l’idea che nessuno “combatterebbe” davvero gli Stati Uniti per l’isola – ha l’effetto di benzina su un fuoco già acceso. Per l’Europa è una frase che sposta l’asse dal confronto politico al rischio di un precedente: se passa il principio che un alleato può minacciare un altro alleato per “sicurezza nazionale”, che cosa resta dell’architettura costruita dopo la Seconda guerra mondiale?
È anche per questo che la dichiarazione dei leader europei insiste su parole che sembrano scolpite più che scritte: sovranità, confini inviolabili, Carta dell’ONU. Perché la Groenlandia, oggi, non è soltanto un’isola. È un test: sulla tenuta della NATO, sulla credibilità dell’Occidente quando parla di diritto internazionale, e sulla capacità dell’Europa di non farsi trovare muta quando la pressione arriva dal lato “amico” dell’Atlantico.
La partita, adesso, si gioca su due tavoli che possono contraddirsi: quello ufficiale, dove tutti ripetono “dialogo” e “cooperazione”; e quello reale, dove le opzioni vengono messe in fila. E se davvero la Casa Bianca intende spingere su un’intesa diretta con Nuuk, la domanda che rimbalza tra capitali e cancellerie è semplice e terribile: è un nuovo capitolo di diplomazia artica, oppure l’anticamera di una frattura strategica senza precedenti?