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Immacolata D’Anna, data alle fiamme: "È stato mio marito". La tragedia di Acerra e il silenzio che uccide

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Immacolata D’Anna, data alle fiamme: 'È stato mio marito'. La tragedia di Acerra e il silenzio che uccide

«Mi ha dato fuoco mio marito». È tutto lì, in quella frase spezzata dal dolore e dalle ustioni, il senso di una tragedia che si consuma ancora una volta dentro casa, fra mura che non proteggono ma intrappolano. Immacolata D’Anna, 46 anni, è morta così, dopo essere stata arsa viva. Ha fatto in tempo a pronunciare quelle parole, nel delirio del dolore, prima di spegnersi all’ospedale Cardarelli. È accaduto ad Acerra, provincia di Napoli. Lui, il marito, l’uomo che avrebbe dovuto amarla, è morto sul posto, anche lui avvolto dalle fiamme che aveva appiccato. Fine.

Immacolata D’Anna, data alle fiamme: "È stato mio marito". La tragedia di Acerra e il silenzio che uccide

Eppure non è la fine. Perché questo non è un incidente domestico. Non è un litigio degenerato. Non è neppure solo un femminicidio, termine che usiamo ormai con una routine da bollettino. È un sacrificio. È un rogo. È la dimostrazione che in Italia una donna, oggi, può ancora morire bruciata viva da chi le ha promesso amore. E questo dovrebbe scuotere ognuno di noi come uno schiaffo in pieno volto.

Nomi, volti, assuefazione

Ci abituiamo. È questo il problema. L’informazione corre, cambia argomento, il dramma di ieri è già il rumore di fondo di oggi. Immacolata D’Anna si aggiunge a una lista che cresce di giorno in giorno, con nomi che si sovrappongono, con date che si perdono nella cronaca. Ogni tanto una storia colpisce di più, forse per la ferocia, forse per la coincidenza con qualche festività, forse per una foto che buca lo schermo. Ma poi ci si abitua. Tutto si normalizza. Tutto si archivia.

E invece no. Non possiamo. Perché questa donna, prima di morire, ha trovato la forza – fisica, morale, esistenziale – di dire la verità. Non ha protetto il suo carnefice. Non ha cercato scuse. Non ha detto “è colpa mia”. Ha detto: “È stato mio marito”. È la testimonianza estrema, definitiva, inappellabile. È l’atto d’accusa che una giustizia distratta spesso non riesce a raccogliere in tempo.

L’inferno dentro casa

La casa, il focolare, il nido. Eppure troppo spesso è proprio lì che si annida l’orrore. Nessun mostro fuori, nessun aggressore sconosciuto. Solo un uomo, un marito, un compagno, un padre a volte, che diventa carnefice. Il femminicidio ha questa caratteristica: è un crimine d’intimità. Ed è per questo che fa più paura. Perché non puoi difenderti da chi ti dorme accanto. Perché l’allarme non suona. Perché nessuno si aspetta che accada, eppure accade.

Immacolata non è morta all’improvviso. È morta in un crescendo di violenze, di silenzi, di frustrazioni accumulate, di grida taciute. I vicini parlano di litigi, qualcuno sapeva, qualcuno aveva visto. Ma nulla si era mosso. Nulla aveva interrotto la spirale. Il fuoco è arrivato solo alla fine, a chiudere tutto in maniera definitiva, brutale, irreparabile.

L’Italia che non ascolta

Abbiamo leggi. Abbiamo centri antiviolenza. Abbiamo campagne di sensibilizzazione. Ma abbiamo anche uno Stato che interviene sempre un minuto dopo. Sempre troppo tardi. Abbiamo scuole che parlano di rispetto ma non educano davvero. Abbiamo talk show dove si parla di “raptus” e “amori malati”, come se ci fosse una zona grigia dove l’amore e il dominio possano coesistere. Non è così. L’amore non brucia. L’amore non colpisce. L’amore non uccide.

Nel frattempo, i numeri si accumulano. Le statistiche aumentano. Le donne chiedono protezione, e non la ottengono. Presentano denunce, e restano inascoltate. Temono, e sono accusate di esagerare. Fino a quando non muoiono. E allora sì, allora ci si accorge che c’era un problema. Ma è già tardi. Sempre, maledettamente, tardi.

Il coraggio del dire

Immacolata ha parlato. Poteva tacere. Poteva proteggere, come tante fanno, per paura, per vergogna, per dipendenza affettiva. Invece ha detto la verità. In quella stanza d’ospedale, fra il dolore e la fine, ha avuto il coraggio di denunciare. Quel gesto andrebbe inciso nella memoria collettiva di questo Paese. Perché è il grido di tutte quelle che non hanno potuto parlare. È la voce che rompe il silenzio che uccide.

Ci chiediamo spesso cosa fare. La risposta è semplice, eppure difficile: ascoltare. Credere. Prevenire. Intervenire prima. Non dopo. Non con le lacrime di coccodrillo. Non con i post indignati. Non con i fiori sul luogo della tragedia. Ma prima. Quando c’è ancora il tempo. Quando si può ancora salvare.

Una memoria viva

Non ricordiamola solo come vittima. Ricordiamola come testimone. Ricordiamola come quella che ha parlato. Che ha fatto nomi. Che ha smascherato l’amore criminale. Immacolata D’Anna non è solo una delle tante. È una donna che ha affrontato il suo destino con il coraggio della verità. E questo dovrebbe bastare a risvegliare le coscienze.

A meno che non vogliamo davvero continuare a contare le morti come si contano i numeri di una guerra. A meno che non vogliamo diventare un Paese dove bruciare viva una donna non è più una notizia, ma un fatto di cronaca come tanti. Un Paese dove il dolore non scuote più. Dove tutto si spegne, come una fiamma. Anche la nostra vergogna.

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