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Italia calamita per milionari: “porto sicuro” che risale la classifica

- di: Bruno Legni
 
Italia calamita per milionari: “porto sicuro” che risale la classifica

Tasse più “prevedibili”, qualità della vita e l’effetto-Londra: nel 2025 il saldo è +3.600 arrivi netti. E Milano fa da hub tra finanza, servizi e real estate.

Nel grande rimescolamento globale della ricchezza, l’Italia si ritaglia un ruolo inatteso solo in apparenza: non più soltanto meta da “dolce vita”, ma destinazione strategica per chi può scegliere dove vivere, gestire patrimoni e mettere al riparo la propria pianificazione. Il dato che fa rumore è quello del 2025: secondo l’Henley Private Wealth Migration Report, l’Italia chiude con un saldo di +3.600 milionari in ingresso, dietro solo a Emirati Arabi Uniti (+9.800) e Stati Uniti (+7.500).

Ma “milionario” qui non è un’etichetta da copertina: la definizione usata in queste analisi ruota attorno alla liquid investable wealth, cioè la ricchezza finanziaria facilmente mobilitabile (azioni, liquidità, bond, strumenti vari; immobili esclusi) con soglia a 1 milione di dollari. È capitale che può cambiare Paese in fretta, e proprio per questo reagisce come un sismografo alle scosse fiscali e regolatorie.

Il punto di forza italiano sta nell’incastro tra attrattività “soft” e leve “hard”. Da una parte: clima, cultura, collegamenti europei, ritmi di vita, cucina, sanità privata di alto livello. Dall’altra: la promessa — per alcuni — di una fiscalità più leggibile quando la residenza cambia e i redditi arrivano da più Paesi. In mezzo, un elemento che negli ultimi mesi ha fatto da acceleratore: la sensazione che in Europa si stia ridisegnando la mappa dei grandi patrimoni, e che l’Italia sia tornata nel radar.

Il perno è il regime dei neo-residenti (spesso raccontato come “flat tax dei paperoni”): chi trasferisce la residenza può optare per un’imposta sostitutiva sui redditi esteri, pagando un importo annuo fisso invece dell’imposizione ordinaria sui redditi prodotti fuori dall’Italia. Con la stretta normativa entrata in vigore dopo le modifiche del 2024, per i nuovi ingressi l’importo è salito a 200.000 euro annui, con possibilità di estensione ai familiari a condizioni specifiche.

È un meccanismo che divide: per chi lo usa è certezza (e spesso semplificazione) in un contesto internazionale complicato; per chi lo contesta è un simbolo di disparità e di concorrenza fiscale. Ma, nel mercato della mobilità dei patrimoni, la certezza ha un valore enorme: chi gestisce ricchezze globali tende a pagare volentieri per una cornice stabile, soprattutto quando lo scenario alternativo è l’imprevedibilità.

Poi c’è l’onda lunga dell’“effetto Londra”. Il progressivo irrigidimento del quadro britannico per i residenti “non-dom” ha alimentato un riposizionamento di famiglie benestanti e super-benestanti: non è soltanto una questione di aliquote, ma la percezione che un sistema storico stia cambiando pelle e che la transizione possa costare cara. Dentro questa dinamica, l’Italia — e in particolare Milano — ricompare come soluzione “pratica”: grande città europea, servizi e connessioni, mercato del lavoro internazionale, e una fiscalità per alcuni più prevedibile.

Se l’Italia è la porta, Milano è la serratura: qui la ricchezza mobile diventa domanda immediata di servizi premium. Studi legali e fiscali, consulenza patrimoniale, family office, private banking, club, hotellerie, ristorazione “destination”, scuole internazionali, relocation manager, assistenza sanitaria privata. Il trasferimento non è solo un cambio di residenza: è un micro-sistema che si ricompone attorno a chi arriva, con ricadute su lavoro qualificato e indotto.

Il rovescio della medaglia è altrettanto rapido: quando la domanda cresce in quartieri già sotto pressione, l’impatto si vede su prezzi e affitti, soprattutto dove si concentrano scuole, uffici e servizi. È una dinamica che può alimentare investimenti e riqualificazione, ma anche spostare più in alto l’asticella dell’accessibilità abitativa. In altre parole: la città che vince attrae, e proprio per questo rischia di diventare più difficile.

Nel racconto della nuova geografia della ricchezza, non c’è solo la metropoli. Si muove anche la domanda di “Italia ad alta qualità”: laghi, coste, borghi con servizi, località di seconda casa dove il lusso non è ostentazione ma comfort e continuità. È qui che entrano in gioco hospitality di fascia alta, ristrutturazioni, artigianato, enogastronomia e — per alcuni — la possibilità di vivere metà anno tra lavoro e lifestyle, senza spezzare i legami con il resto d’Europa.

Sullo sfondo, l’Italia beneficia anche del confronto con altre piazze europee che stanno vivendo una fase più turbolenta: costi crescenti, instabilità politica percepita, regimi fiscali in revisione, tensioni sociali. In questo quadro, un Paese “normale” — con regole note, infrastrutture in miglioramento e un brand fortissimo — può diventare sorprendentemente competitivo. Non è una fuga verso l’esotico: è una scelta di equilibrio.

La domanda chiave, però, resta politica e sociale: quanto conviene, e a chi? Perché attrarre ricchezza può significare investimenti, consumi, filantropia, nuove imprese e occupazione qualificata. Ma può anche amplificare la distanza tra chi arriva e chi già vive nelle aree più “desiderate”, soprattutto se la crescita si scarica su abitazioni e servizi. La partita non è solo contabile: è di cohesione e di gestione dell’effetto collaterale più visibile, cioè il costo della vita.

Il 2025 racconta un’Italia che torna nella competizione globale della residenza “alta”. Il passo successivo sarà capire se questa attrattività si tradurrà in benefici diffusi, o se resterà un boom concentrato in poche zone e in pochi segmenti. Perché diventare un “porto sicuro” dei patrimoni è un traguardo. Restare un Paese vivibile per tutti è la vera prova di maturità.

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