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Fed, l’inchiesta su Powell come leva di pressione: “È un pretesto”

- di: Matteo Borrelli
 
Fed, l’inchiesta su Powell come leva di pressione: “È un pretesto”

Subpoena e minaccia di incriminazione: il fronte Trump-Federal Reserve diventa un braccio di ferro istituzionale.

Non è una semplice frizione tra politica e tecnocrazia. È un salto di livello: l’apertura di un filone d’indagine federale sul presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, viene letta come un messaggio in codice scritto a caratteri cubitali: la banca centrale non deve dimenticare chi comanda a Washington. E quando il messaggio arriva sotto forma di atti giudiziari, la sostanza è ancora più chiara: intimidire, mettere un segnalibro sulla scrivania del governatore, ricordargli che la sua autonomia può diventare improvvisamente “materia di contenzioso”.

Lo stesso Powell ha scelto parole che non lasciano spazio a interpretazioni benevole. In una dichiarazione pubblica, ha inquadrato l’iniziativa come un atto senza precedenti e, soprattutto, come parte di un contesto più vasto: una campagna di minacce e pressioni continue provenienti dall’amministrazione. Il cuore della sua accusa è sintetizzato così, senza giri di parole e con un tono che suona come un avvertimento istituzionale: “Questa nuova minaccia è solo un pretesto”.

Il casus belli formale ruota attorno alla ristrutturazione pluriennale di edifici storici legati al complesso della Fed nella capitale: un progetto finito sotto i riflettori per l’entità dei costi e per gli extra-costi. Ma la miccia, politicamente, brucia altrove: nel conflitto aperto con Donald Trump sulle scelte di politica monetaria. Tradotto: tassi, crescita, inflazione e — soprattutto — la tentazione della Casa Bianca di avere una banca centrale più “collaborativa”.

Il punto decisivo non è che un’istituzione venga chiamata a rispondere su una grande spesa pubblica (tema legittimo, in astratto). Il punto è come e quando si alza il volume. L’iniziativa arriva nel pieno di un clima in cui l’esecutivo incalza la Federal Reserve affinché allenti la stretta sui tassi, e in un momento in cui la credibilità dell’indipendenza monetaria vale quanto un titolo di Stato: se incrini la fiducia, paghi interessi più alti in reputazione, volatilità e stabilità finanziaria.

Gli atti innescano un effetto domino: gli investitori iniziano a prezzare non solo i dati macro, ma anche il “rischio istituzionale”. Il tema non è la singola accusa; è l’idea che un presidente della banca centrale possa essere trascinato in una partita giudiziaria mentre esercita il suo mandato. In pratica, un cartello lampeggiante sulla strada dell’autonomia: attenzione, qui si passa solo con permesso politico.

Ecco perché l’operazione ha un chiaro intento intimidatorio: perché non si limita a contestare un fatto, ma colpisce la funzione. Quando il bersaglio è il vertice della Fed, l’effetto è inevitabilmente sistemico: ogni decisione sui tassi, ogni frase in conferenza stampa, ogni virgola del comunicato diventa più esposta al sospetto di “condizionamento”. È la logica del chilling effect: non serve neppure una condanna; basta l’ombra dell’inchiesta per provare a piegare i comportamenti.

La reazione politica infatti non si è fatta attendere. Nel campo repubblicano, una delle prese di posizione più rumorose è arrivata dal senatore Thom Tillis, che ha denunciato la deriva e minacciato di bloccare nuove conferme legate alla banca centrale finché la vicenda non verrà chiarita. Quando persino una parte dell’area di governo percepisce il rischio di una “giustizia a scopo di pressione”, significa che l’operazione sta scoprendo troppo la mano.

Sul fronte Casa Bianca, Trump ha negato un coinvolgimento diretto, ma ha continuato a colpire politicamente Powell. Ed è qui che il quadro si ricompone da solo: da un lato la pressione pubblica, dall’altro la spinta istituzionale-giudiziaria. Separatamente si può provare a raccontarle come coincidenze; insieme assumono la forma di una strategia: delegittimare, stringere, isolare.

In mezzo, la banca centrale con i suoi tempi e le sue regole: la presidenza di Powell è vicina alla scadenza (il mandato da chair termina in primavera), ma la permanenza nel board potrebbe proseguire oltre. Proprio questa finestra temporale rende l’azione ancora più rivelatrice: spingere adesso significa tentare di orientare la transizione, condizionare la scelta del successore, e magari far passare l’idea che l’uscita sia la via più “semplice” per chiunque voglia evitare una battaglia senza fine.

Powell, però, ha impostato la risposta su un doppio binario: rispetto pieno dello stato di diritto, ma rifiuto totale della narrazione punitiva. Il messaggio, in sostanza, è: non mi sottraggo alle regole, ma non accetto che le regole vengano usate come clava politica. E dentro quella frase — “azione senza precedenti” — c’è la sostanza della crisi: se passa il principio che l’autonomia della Fed può essere “corretta” a colpi di procura, allora la questione non riguarda più Powell. Riguarda la solidità delle istituzioni americane.

In ultima analisi, l’inchiesta è diventata un’arma di pressione prima ancora che un procedimento: perché il bersaglio non è solo un uomo, ma l’idea stessa di banca centrale indipendente. Ed è un azzardo che ha un costo immediato: incertezza, nervosismo, e un messaggio al mondo che suona così — se perfino la Federal Reserve è sotto tiro, allora nessuna diga è davvero intoccabile.

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