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Maduro in manette a New York: la V “chavista” conquista i social

- di: Jole Rosati
 
Maduro in manette a New York: la V “chavista” conquista i social
Maduro in manette a New York: la V “chavista” conquista i social

Tra codice politico e cultura pop, il segno “noi vinceremo” rimbalza online mentre a Caracas Delcy Rodríguez giura da ad interim e la crisi con Washington accelera.

A Manhattan l’immagine ha già una sua sceneggiatura: Nicolás Maduro in manette, scortato, e quel gesto che buca l’obiettivo come un titolo in sovrimpressione. La “V” della vittoria (resa celebre da Winston Churchill in un’altra guerra e in un altro secolo) qui cambia funzione: non solo posa da leader che rifiuta l’umiliazione, ma segnale – per i fedelissimi, per l’apparato, per l’alfabeto politico del chavismo. E infatti il dettaglio che accende la lettura è doppio: la “V” alzata e, con l’altra mano, l’indice puntato sul simbolo, come a sottolineare il messaggio.

Secondo analisti e osservatori, quel gesto riporta a un lessico militante che in America Latina ha attraversato decenni di movimenti di sinistra: l’idea del “noi vinceremo”, del trionfo sulla pressione esterna e sull’“imperialismo”. Dentro questa grammatica, la “V” diventa un ponte emotivo con l’ombra lunga di Hugo Chávez, richiamo identitario che – anche dopo la morte del leader nel 2013 – resta un collante per chi si riconosce nel racconto rivoluzionario.

E i social fanno il resto, con la velocità con cui trasformano un fotogramma in un format. La foto si moltiplica in meme, remix, clip e parodie generate o potenziate dall’intelligenza artificiale: il gesto diventa sticker, punchline, sfida tra tifoserie politiche. La dinamica è sempre la stessa, ma ogni volta sembra nuova: un evento drammatico si traduce in linguaggio di piattaforma, e l’arresto – comunque lo si giudichi – entra in un circuito dove simbolo e intrattenimento si inseguono senza sosta.

Nel frattempo, il contesto pesa come piombo. Maduro si è presentato davanti a un tribunale federale a New York e ha respinto le accuse, sostenendo di essere stato portato negli Stati Uniti contro la propria volontà. "Sono stato rapito", è la sostanza della linea difensiva attribuita all’ex presidente durante la prima apparizione, insieme alla rivendicazione – politica prima ancora che giuridica – di essere ancora il legittimo capo dello Stato. Anche Cilia Flores, la moglie, ha negato gli addebiti. Il quadro, per Washington, è quello di un procedimento su narcotraffico e reati connessi; per i sostenitori di Caracas, è un caso di sovranità calpestata.

Sullo sfondo c’è l’operazione statunitense che ha portato alla cattura: un passaggio che, a livello internazionale, sta alimentando discussioni roventi su legalità, precedenti e rischio escalation. In sede ONU si è parlato di crisi diplomatica e di possibile violazione del diritto internazionale, mentre diverse capitali hanno chiesto chiarimenti e condannato metodi e tempistiche. Washington, al contrario, ha rivendicato l’azione come parte della lotta ai traffici e come risposta a una minaccia considerata di lungo periodo.

La conseguenza più immediata, però, si vede a Caracas. Con Maduro fuori scena, l’architettura del potere venezuelano si è riorganizzata in poche ore: Delcy Rodríguez ha prestato giuramento come presidente ad interim in un passaggio istituzionale seguito con il fiato sospeso, mentre Jorge Rodríguez è stato indicato come figura chiave nella catena di comando parlamentare. In uno dei momenti pubblici più citati, l’appello è stato all’unità nazionale e alla tenuta dello Stato in un tempo definito di “minaccia” e instabilità, con toni da mobilitazione e da emergenza.

Ed ecco che la “V” torna: secondo ricostruzioni e immagini circolate nelle ultime ore, il segno è stato ripetuto anche nel palazzo politico venezuelano, quasi in una conversazione a distanza tra il leader catturato e chi, a casa, deve dimostrare continuità. È un modo per dire che il comando non si arrende, che la narrazione resta coerente, che la base deve restare compatta. Politicamente, è un tentativo di congelare lo shock e trasformarlo in disciplina.

Ma la politica, oggi, passa anche dal guardaroba: e qui l’episodio diventa quasi una lezione di semiotica pop. La felpa indossata nelle ore dell’arresto, le scarpe rosse lette come richiamo cromatico al chavismo, fino alle ciabatte e ai calzettoni da dotazione carceraria: tutto viene decodificato, ingigantito, messo all’asta dell’ironia o della propaganda. C’è chi legge stile e colore come messaggio intenzionale; chi, al contrario, vede soltanto la brutalità del rituale di detenzione, dove l’abbigliamento è parte della procedura e della sicurezza.

La cosa più interessante, in questa storia, è proprio lo scarto tra i piani: la geopolitica che ridisegna confini e alleanze, la giustizia che apre un processo, la comunicazione che cerca di governare lo shock, e la rete che trasforma ogni dettaglio in contenuto. Se l’obiettivo di Maduro era apparire “non sconfitto”, quel gesto ha funzionato almeno su un fronte: ha impedito che l’immagine fosse solo quella delle manette. Ha imposto un secondo livello, un controtesto, un sottotitolo invisibile.

Resta da capire se la “V” sia soltanto un’icona di resistenza per i fedelissimi o se sia l’inizio di una nuova fase, più dura e imprevedibile: a Caracas, dove il potere deve evitare fratture interne e tenere a bada l’opposizione; a Washington, dove l’operazione ha già acceso polemiche e timori di “precedenti”; e nelle cancellerie, dove si misura il rischio che la crisi venezuelana diventi un caso-scuola. Nel frattempo, la rete continuerà a fare ciò che sa fare meglio: prendere un simbolo e renderlo, insieme, arma e giocattolo.

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