Marsiaj (Confindustria Torino): "Fiducia in chi ha vinto le elezioni, ma agisca in fretta"

- di: Redazione
 
Sembra essere finito il tempo in cui, in occasione delle assemblee pubbliche delle articolazioni sul territorio di Confindustria, si parlava essenzialmente di costi e ricavi, mercato del lavoro locale e prospettive circoscritte. Oggi è tutto diverso, perché, come ha fatto il presidente dell'Unione Industriali di Torino, Giorgio Marsiaj, i protagonisti del comparto industriale territoriale rivendicano non tanto il ruolo di osservatori interessati di quel che accade nei palazzi del potere, quanto di potere chiedere, indicare, rivendicare, condannare.

Marsiaj (Confindustria Torino): "Chi ha vinto le elezioni agisca in fretta"

Questa mattina Marsiaj, nel suo intervento, ha toccato i tasti dell'attualità, dicendo che ''il momento è drammatico. I fatti ci preoccupano. La guerra ci angoscia. L’economia si sta deteriorando. La situazione delle famiglie, per molte, troppe, è insostenibile. Abbiamo bisogno di decisioni. Abbiamo bisogno di un piano di emergenza. Siamo qui per riflettere su che cosa si deve fare, in concreto''.
Un quadro a dir poco disperante, ma davanti al quale il presidente degli industriali di Torino ha ''alzato la voce'', non limitandosi a denunciare, ma incalzando la classe politica, quella che sta per prendere in mano le redini del Paese, chiedendo che si prenda consapevolezza che, finita la campagna elettorale, le promesse e le lusinghe devono cedere il passo alla concretezza.

Dopo avere parlato dell'emergenza energetica e su come essa gravi pesantemente sul futuro più vicino, Marsiaj ha rivolto lo sguardo alla politica, e lo ha fatto senza tanti giri di parole, parlando delle elezioni che hanno ''legittimato una maggioranza, ed è positivo che i primissimi segnali auspichino un linguaggio di unità, e di dialogo con le forze intermedie, dopo tante aspre divisioni''. Per il presidente degli industriali di Torino il nuovo governo ''dovrà scegliere le priorità e risolvere l’emergenza'', perché ''lo spread sarà il giudice dei progressi, regressi e sussulti. Non possiamo farlo ballare. È la responsabilità di chi guida il Paese''.

Da Marsiaj per il nuovo esecutivo nessuno sconto preventivo o accondiscendenza benevola, magari a tempo: ''Il nuovo governo - ha detto - sarà misurato nella capacità di svolgere nella continuità il ruolo di protagonista come partner europeo'', aggiungendo che ''quella uscita dal voto è un’Italia spaccata in due politicamente, socialmente e geograficamente, e non è mai una buona notizia. Vi sono divari impressionanti tra i risultati degli stessi partiti, nello stesso giorno, nello stesso contesto, a seconda dei quartieri e delle zone del Paese, e questa spaccatura è pericolosa''. E sconti non ce ne sono stati per ''l'emersione delle istanze sovraniste'' che, ha detto, ''non è in sintonia con i progressi e i benefici della solidarietà europea espressa nella pandemia, di cui l’Italia sta godendo. I problemi critici come il clima, le pandemie, i flussi migratori, le guerre, le crisi energetiche e le emergenze alimentari non si risolvono al livello degli Stati''.

Dopo avere analizzato premesse e conseguenze del conflitto scatenato dalla Russia contro l'Ucraina, Marsiaj ha toccato il problema dei giovani e della disoccupazione diffusa che li affligge. ricordando ''a tutti i politici'', che nella fascia tra i 15 e i 29 anni ''il 23 per cento non lavora né studia, quasi uno su cinque. Sempre più, inoltre, cercano lavoro, realizzazione, successo all’estero''.
Questa considerazione è stata lo spunto per dire come di scuola ''in pochi hanno parlato seriamente in campagna elettorale, mentre è la vera priorità sociale. I giovani sono l’energia vitale del futuro. L’istruzione, in Italia come nel mondo, spinge il progresso ed argina la povertà. Povertà, che, purtroppo, è in aumento''.

Un argomento sul quale il presidente Marsiaj è stato duro ha riguardato la crisi energetica, nella cui analisi non ha risparmiato critiche alle scelte del passato, come il referendum sul nucleare, prima, e quello sulle trivelle, dopo, che hanno peggiorato ''la nostra condizione di Paese povero di fonti primarie''.
''In Italia - queste le sue parole - la latitanza della politica energetica deve finire. I politici si facciano carico della sostenibilità energetica come emergenza nazionale. In primo luogo, pensate all’emergenza, alla sicurezza degli approvvigionamenti. Rivedete la politica dei nostri giacimenti in Adriatico: dove siamo passati da 20 miliardi di metri cubi di gas italiano estratto a 3. E date certezza al rigassificatore mobile, che deve diventare operativo entro marzo a Piombino, ma è ancora nei meandri burocratici di chi ne contesta il colore. L’emergenza economica delle bollette è grave quanto quella delle forniture. Nessun paese europeo da solo, a parte la Germania, può fiscalizzare la crisi energetica. L’onere di evitare il collasso economico deve essere europeo, come fu europea, ed ebbe successo, la risposta alla crisi economica pandemica. È la stessa vicenda''.
Le risposte devono comunque venire dal rafforzamento della cooperazione europea sull’energia, con ''il sistema energetico ed elettrico e la sua regolazione che devono essere beni pubblici europei e l’Unione dell’energia sia lo sbocco naturale per una comunità di Stati che, quando nacque, si occupava di carbone e di acciaio. Oggi si dovrebbe occupare prima di tutto di gas e microchip''.

Andando nello specifico, Marsiaj, parlando di transizione energetica e di decarbonizzazione, ha detto ''facciamola, ma con intelligenza. Perché siamo di Torino e ci intendiamo di automobili, sappiamo bene che non possiamo restare fuori dall’opzione elettrica, ma con equilibrio e gradualità, con attenzione ai costi per gli utenti. Quanti si possono permettere un’auto elettrica oggi? Pochi. E quanti soldi dovrebbe spendere il governo per rendere infiniti i sussidi? Troppi''.
Restando su come raggiungere la decarbonizzazione, il presidente degli industriali di Torino ha detto che ''non si tratta di salvare posti di lavoro in un’industria obsoleta. Si tratta di non vietare innovazioni convenienti, economicamente e ambientalmente, e non uccidere una tecnologia – quella termica - ancora viva e con posti di lavoro efficienti e che producono valore. Negli Usa metà delle auto continueranno ad andare a benzina. Vogliamo escluderci da soli dal secondo mercato del mondo?''.
Nella sua articolata disamina del ''Dossier Italia'', Marsiaj ha anche toccato il doloroso capitolo della crescita e del debito pubblico, ricordando che il grave ritardo della nostra economia era manifesto già prima della pandemia.
In proposito ha indicato tre ritardi che ha definito ''riconoscibili'': nell'adeguamento della dimensione media delle imprese, meno nel settore industriale; nell'investimento nei settori ad alta tecnologia e ad alto valore aggiunto, che pagano le retribuzioni migliori; nella modernizzazione nei servizi, privati e pubblici, e nelle utilities.
Marsiaj ha quindi chiesto di puntare, con maggiore decisione, sulle Piccole e medie imprese.

''C’è una grande differenza tra Pmi - ha detto -: quelle integrate nei distretti e che fioriscono; quelle lasciate sole, che avvizziscono. Poniamoci l’obiettivo di raddoppiare in cinque anni i distretti: siano essi su base territoriale, settoriale o di filiera. Tutto ciò valorizzando il lavoro dell’artigianato, un partner naturale complementare dell’industria, ricchezza del territorio. C’è una ragione per questo: perché l’industria è stato il pivot del benessere italiano. Una moderna società tecnologica non nasce per caso, ma per il deliberato investimento delle imprese, grandi o piccole che siano, trainato dalla voglia di cambiare, dall’ambizione innovativa. L’impresa di successo? Quella nella quale tutta l’organizzazione è orientata ad innovare. Quella in cui in ogni persona si accende ogni giorno la scintilla della volontà di fare cose nuove''.
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