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Panetta scuote l’Italia: senza laureati pagati meglio non c’è crescita

- di: Vittorio Massi
 
Panetta scuote l’Italia: senza laureati pagati meglio non c’è crescita
Più università, più ricerca, più meritocrazia. E soprattutto stipendi adeguati al valore delle competenze. Il messaggio lanciato da Fabio Panetta (foto) è netto e non lascia spazio a interpretazioni: senza un deciso investimento nell’istruzione e nel capitale umano, l’Italia rischia di inchiodarsi a una crescita debole e discontinua.

Il governatore della Banca d’Italia, intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina, ha scelto un tono diretto, quasi insolito per il linguaggio delle banche centrali, tradizionalmente improntato alla cautela di bilancio. Stavolta, invece, la prudenza lascia spazio a una richiesta esplicita: aumentare la spesa pubblica in istruzione perché i ritorni, economici e sociali, sono elevati e duraturi.

“L’istruzione genera benefici che superano ampiamente i costi”, ha spiegato Panetta, ricordando come le trasformazioni tecnologiche, la crisi demografica e le tensioni geopolitiche stiano rallentando la crescita proprio mentre emergono con forza i nodi strutturali del Paese: bassa produttività e salari compressi.

Negli ultimi anni, sgravi fiscali e aumento dell’occupazione hanno parzialmente contenuto la perdita di potere d’acquisto. Ma la leva pubblica ha limiti evidenti. La vera strada, secondo il governatore, passa dall’aumento della produttività, e quindi dall’investimento nel capitale umano, nel senso più autentico del termine.

Il problema, però, non si ferma alle aule universitarie. In Italia una laurea continua a garantire un premio salariale modesto rispetto a quello riconosciuto negli altri Paesi europei. Il divario è clamoroso se confrontato con la Germania, dove un laureato può arrivare a guadagnare fino all’80% in più rispetto a un collega italiano. Una forbice che alimenta la fuga dei giovani più qualificati.

“I giovani cercano ambienti di lavoro in cui il merito sia davvero riconosciuto”, ha sottolineato Panetta, parlando di contratti stabili, mansioni coerenti con le competenze e carriere dinamiche. Elementi che spesso mancano nel mercato del lavoro italiano.

Il risultato è un’emorragia silenziosa ma costante: circa un decimo dei giovani laureati italiani ha scelto di trasferirsi all’estero negli ultimi anni. Un flusso che colpisce in modo particolare settori strategici come l’ingegneria e l’informatica, privando il sistema produttivo di energie, idee e innovazione.

Una perdita che non viene compensata dall’ingresso di talenti stranieri. Gli studenti internazionali nelle università italiane restano sotto il 5% del totale, contro percentuali doppie in Francia e Germania e ben più elevate nel Regno Unito. Anche tra gli immigrati che arrivano nel Paese, la quota di laureati resta contenuta.

Il nodo, dunque, è strutturale. Le risorse pubbliche destinate all’istruzione in Italia sono inferiori al 4% del Pil, quasi un punto in meno rispetto alla media dell’Unione europea. Un divario che pesa soprattutto sull’università e sulla ricerca, proprio i segmenti cruciali per sostenere la crescita di lungo periodo.

“Gli interventi possono essere graduali e compatibili con una gestione prudente delle finanze pubbliche”, ha precisato Panetta, chiarendo che l’aumento degli investimenti non deve mettere a rischio i progressi compiuti nella riduzione del costo del debito.

Un sistema universitario più solido, ha concluso il governatore, creerebbe le condizioni per attrarre ricercatori di profilo internazionale, favorire la nascita di imprese innovative e rendere l’Italia più competitiva nello scenario globale. Senza questa svolta, il rischio è continuare a crescere poco e a perdere i talenti migliori.

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