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Referendum 8-9 giugno, battaglia alle urne: cosa succede se vince il Sì o il No

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
Referendum 8-9 giugno, battaglia alle urne: cosa succede se vince il Sì o il No
L’8 e 9 giugno gli italiani sono chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari che riguardano il mondo del lavoro. Dietro a formule giuridiche e tecnicismi, c’è molto di più: in gioco ci sono i diritti dei lavoratori, la flessibilità delle imprese, la possibilità di essere reintegrati se si è licenziati ingiustamente e il futuro dei contratti a termine. Una sfida che non è solo sindacale o normativa, ma politica e culturale. Con un impatto diretto sul mercato del lavoro.

Referendum 8-9 giugno, battaglia alle urne: cosa succede se vince il Sì o il No

Il primo quesito mira ad abrogare le norme del Jobs Act che, per i licenziamenti economici illegittimi, prevedono un semplice indennizzo senza reintegro. I lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015, quindi, oggi non possono tornare al lavoro anche se un giudice stabilisce che il licenziamento era illegittimo.

Chi vota Sì vuole tornare alla possibilità di reintegro, almeno nei casi più gravi, ritenendo che il licenziamento non possa essere banalizzato con una cifra in denaro.
Chi vota No sostiene che il reintegro creerebbe incertezza per le imprese, che potrebbero esitare ad assumere, temendo complicazioni legali in caso di crisi aziendali o ristrutturazioni.

In Europa? In Germania e Francia il reintegro è previsto solo in casi estremi (discriminazione, violazione dei diritti fondamentali). Nella maggior parte dei casi, si opta per un risarcimento economico.

Piccole imprese e tutele ridotte: il secondo quesito

Oggi nelle aziende con meno di 16 dipendenti, se un lavoratore viene licenziato senza giusta causa, riceve al massimo sei mensilità. Il referendum vuole cancellare questo tetto e lasciare al giudice la libertà di stabilire l’indennizzo in base a età, anzianità e danno economico.

Chi vota Sì ritiene che anche i lavoratori delle piccole imprese meritino protezioni vere, senza essere cittadini di serie B.
Chi vota No teme che un’esplosione dei contenziosi possa mettere in ginocchio le piccole aziende, già alle prese con margini strettissimi.

All’estero, la distinzione tra piccole e grandi imprese esiste in pochi casi. In Spagna e nei Paesi Bassi, le tutele variano a seconda dell’anzianità, non della dimensione dell’azienda.

Contratti a termine, fine della causale libera?

Il terzo quesito chiede di eliminare la norma che consente di assumere a tempo determinato senza specificare la causale nei primi 12 mesi. Tornerebbe dunque l’obbligo di indicare il motivo (stagionalità, sostituzione, picco produttivo) già dal primo giorno.

Chi vota Sì vuole contrastare l’abuso del precariato e ridare dignità al contratto stabile.
Chi vota No sottolinea che molte aziende, specie nel turismo, agricoltura o logistica, hanno bisogno di flessibilità e non possono pianificare nel dettaglio ogni assunzione.

In Francia e Germania, l’obbligo della causale è la regola. Ma in paesi come il Regno Unito e l’Irlanda, la flessibilità è molto più ampia e i contratti a termine possono essere rinnovati con grande libertà.

Il lavoro autonomo sotto i riflettori

Tra i quesiti meno discussi c’è anche quello che mira a rendere più facile per un lavoratore autonomo farsi riconoscere come dipendente, se di fatto lavora stabilmente per un solo committente. Oggi il giudice deve applicare alcune norme specifiche per queste situazioni, che però spesso rendono difficile la tutela.

Chi vota Sì punta a difendere i "falsi autonomi" che sono, nei fatti, subordinati e privi di garanzie.
Chi vota No teme che si inneschi un clima di sfiducia e litigiosità, minando le collaborazioni flessibili e i rapporti costruiti sulla fiducia.

Un voto che pesa come un’idea di Paese

Oltre gli articoli di legge, c’è una visione del mondo. La Cgil, promotrice del referendum, vuole riportare l’attenzione sulla centralità del lavoro e sulla dignità delle persone. Il fronte del No – variegato e trasversale – non nega la necessità di tutele, ma chiede di evitare rigidità che possono congelare il mercato del lavoro e scoraggiare le assunzioni.

Alla fine, gli italiani saranno chiamati a dire non solo cosa pensano di una norma, ma che modello vogliono per il Paese: più vicino alla Germania e ai suoi contratti blindati? O più simile al Regno Unito, con un mercato iper-flessibile e pochi vincoli?

L’8 e 9 giugno, dentro una cabina, ognuno scriverà la sua risposta. Anche senza penna.
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