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«Ora posso fumare?» Trentini libero, le parole che raccontano 423 giorni di attesa

- di: Cristina Volpe Rinonapoli
 
«Ora posso fumare?» Trentini libero, le parole che raccontano 423 giorni di attesa

«È stato tutto così improvviso. Inaspettato». Le prime parole di Alberto Trentini arrivano dalla sede dell’ambasciata italiana a Caracas e restituiscono, più di qualunque comunicato ufficiale, il peso di una vicenda durata 423 giorni. Dopo oltre un anno di detenzione in Venezuela, il cooperante italiano è stato liberato insieme al connazionale Mario Burlò. Una notizia già diffusa nelle ore precedenti, che ora trova un ulteriore livello di racconto nelle voci dirette dei protagonisti, nelle reazioni istituzionali e nelle parole delle famiglie.

«Ora posso fumare?» Trentini libero, le parole che raccontano 423 giorni di attesa

I due italiani si trovano in sicurezza presso la rappresentanza diplomatica italiana e sono in attesa del rientro in patria. Intanto, emergono dettagli che aiutano a comprendere la dimensione umana di una storia segnata da silenzi, attese e timori.

«Ci hanno trattato bene, non ci hanno torturato»
Trentini parla con voce provata ma lucida. Ringrazia l’Italia e chiarisce un punto che per mesi era rimasto sospeso nell’incertezza: «Ci hanno trattato bene, non ci hanno torturato».
Parole che assumono un peso enorme dopo una detenzione così lunga e opaca. Poi, quasi a spezzare la tensione accumulata, arriva una frase che colpisce per la sua semplicità disarmante: «Ora posso fumare una sigaretta?».
Un dettaglio minimo, quotidiano, che diventa simbolo di libertà ritrovata e di ritorno a una normalità negata per più di un anno.

L’ambasciata come primo approdo
Dopo la liberazione, l’ambasciata italiana a Caracas diventa il primo luogo di ricomposizione, di contatto con l’Italia, di riappropriazione del tempo. Da qui parte l’organizzazione del rientro, con un aereo già predisposto per riportare in Italia Trentini e Burlò. È un passaggio cruciale, che segna la transizione dalla fine della detenzione all’inizio di una nuova fase, quella del ritorno e della ricostruzione personale.

«Un successo del governo»
Sul piano politico e diplomatico, la liberazione viene commentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che parla di «un successo del governo che ha saputo interloquire e cogliere il cambiamento che c’è stato in Venezuela».
Una dichiarazione che colloca l’esito della vicenda in un contesto di dialogo istituzionale e di lavoro diplomatico riservato, portato avanti lontano dai riflettori.

«Gioia e soddisfazione»
Dalla Presidenza del Consiglio arrivano parole altrettanto nette. Giorgia Meloni esprime «gioia e soddisfazione» per la conclusione positiva di una storia che aveva tenuto con il fiato sospeso famiglie e opinione pubblica. La notizia suscita rallegramenti bipartisan, un elemento non scontato che testimonia come la vicenda abbia superato confini politici e appartenenze di parte.

«Una notizia attesa per 423 giorni»
La dimensione dell’attesa emerge con forza nelle parole della famiglia di Trentini. Attraverso l’avvocata Alessandra Ballerini, arriva una dichiarazione che riassume mesi di angoscia: «Alberto finalmente è libero. È la notizia che aspettavamo da 423 giorni».

Un numero che diventa racconto di notti insonni, di speranze trattenute, di appelli e silenzi. Al Lido di Venezia, dove vivono i genitori del cooperante, le campane suonano a festa. Un gesto antico e collettivo, che trasforma una notizia individuale in un momento condiviso da un’intera comunità.

«Sta benone»
Anche per Mario Burlò arrivano segnali di sollievo. L’uomo riesce a parlare al telefono con la figlia, rassicurandola sulle proprie condizioni. Il suo legale, Maurizio Basile, conferma con poche parole: «Sta benone».
Una frase breve, ma sufficiente a chiudere un cerchio di preoccupazioni che aveva coinvolto due famiglie e, indirettamente, un Paese intero.

Oltre la notizia
La liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò chiude una delle vicende più delicate degli ultimi mesi per la diplomazia italiana. Ma le frasi pronunciate dopo la scarcerazione, più dei comunicati ufficiali, restituiscono la sostanza di questa storia: la fragilità, la resistenza, l’attesa. Ora il rientro in Italia segna l’inizio di un’altra fase, fatta di riabbracci, di silenzi da elaborare e di un racconto che, inevitabilmente, continuerà anche dopo l’atterraggio. Perché quei 423 giorni non si cancellano, ma trovano finalmente una fine.

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