Briefing riservato al Congresso: “Niente invasione imminente”. Intanto l’Europa si compatta e Copenaghen alza il livello dell’allarme.
(Foto: Marco Rubio, Segretario di Stato americano).
Dietro le frasi muscolari e le allusioni a “tutte le opzioni sul tavolo”, la linea raccontata ai vertici del Congresso sarebbe molto più prosaica: non una corsa all’annessione, ma un tentativo di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. È il messaggio che il segretario di Stato Marco Rubio avrebbe consegnato ai leader parlamentari in un incontro riservato, secondo ricostruzioni giornalistiche circolate nelle ultime ore.
La sostanza, spiegata da chi riferisce il contenuto del briefing, è questa: le minacce e la retorica “da braccio di ferro” servirebbero soprattutto come leva negoziale. Un modo per convincere Copenaghen ad aprire una trattativa su ciò che finora, per la Danimarca e per Nuuk, è irricevibile. In altre parole, la pressione politica come apripista di un obiettivo che Donald Trump non ha mai nascosto del tutto: mettere le mani sull’isola più grande del mondo, snodo chiave dell’Artico.
Nel briefing, stando alle ricostruzioni, sarebbe arrivata anche una domanda secca dal fronte democratico: l’amministrazione sta immaginando l’uso della forza non solo altrove, ma anche in Groenlandia? La risposta attribuita a Rubio avrebbe cercato di spegnere l’allarme: “Non c’è un’invasione imminente”. Una frase che non chiude la porta alle ambizioni, ma prova a ridurre la temperatura sul metodo.
Il contesto dell’incontro aggiunge elettricità alla vicenda. Il briefing, infatti, era dedicato soprattutto a un altro dossier esplosivo: l’operazione statunitense che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e ai piani per il “dopo” in Venezuela. Secondo quanto riportato da più cronache, Rubio avrebbe guidato gran parte della discussione, intrecciando la lettura della crisi venezuelana con la postura americana nell’emisfero occidentale e, più in generale, con la proiezione strategica degli Stati Uniti.
Qui entra in scena il cortocircuito geopolitico: la stessa settimana in cui Washington rivendica un successo operativo in Venezuela, si riaccende l’idea di ridisegnare l’Artico. E se da un lato la Casa Bianca insiste che la priorità è la sicurezza nazionale, dall’altro il fatto stesso di evocare uno strappo su un territorio legato a un alleato storico come la Danimarca scuote la Nato dall’interno.
Le reazioni europee, infatti, sono state immediate e compatte. In più capitali è passato lo stesso concetto: la Groenlandia non è una pedina da spostare sulla scacchiera di un altro Paese, e la sua traiettoria politica riguarda prima di tutto i groenlandesi. A Copenaghen il tono si è fatto persino più duro, con avvertimenti sulle conseguenze che un’eventuale forzatura avrebbe per i rapporti transatlantici.
Ma perché la Groenlandia torna ciclicamente nell’ossessione americana? La risposta è un mix di geografia e futuro. L’Artico si sta trasformando: nuove rotte marittime, competizione su risorse e infrastrutture, presenza militare e tecnologica. L’isola ospita anche una base americana di primaria importanza per la sorveglianza e le capacità spaziali e di difesa. E poi c’è la partita delle materie prime: tra giacimenti, potenziale minerario e filiere strategiche, la tentazione di assicurarsi un “asset” artico è fortissima.
Nel racconto che filtra da Washington, la Casa Bianca continua a sostenere che la linea dura è giustificata dal confronto con Russia e Cina nella regione. Tuttavia, il passaggio decisivo è politico: una cosa è invocare l’Artico come area di competizione globale, un’altra è suggerire che un alleato possa essere “spinto” a cedere un territorio. È qui che la diplomazia si incarta: se l’obiettivo è davvero una trattativa economica, il modo in cui viene messa in scena rischia di rendere la trattativa impossibile.
Sullo sfondo, la Groenlandia stessa non è spettatrice: il dibattito interno sull’autonomia e sull’indipendenza è vivo da anni, e ogni pressione esterna finisce per avere un effetto collaterale. Da un lato rafforza chi vuole maggiore autodeterminazione; dall’altro irrigidisce la posizione di chi teme che l’isola diventi un campo di contesa permanente, schiacciata tra potenze.
In questa storia, Rubio gioca il ruolo del pompiere che prova a limitare i danni senza smentire l’obiettivo. Il messaggio “non è un’invasione imminente” serve a rassicurare il Congresso e gli alleati, ma lascia intatta la domanda centrale: se l’idea è “comprare” la Groenlandia, chi dovrebbe dire sì? Copenaghen, Nuuk, o entrambe? E soprattutto: quale prezzo politico pagherebbe Washington, dentro la Nato, per un’operazione percepita come coercizione?
La partita, insomma, non è solo su un territorio: è sul perimetro dei rapporti tra alleati e su come gli Stati Uniti intendono esercitare potere nel mondo del 2026. In queste ore la diplomazia misura le parole, ma il segnale è già arrivato forte e chiaro sulle scrivanie europee: l’Artico è tornato ad essere un fronte. E stavolta non bastano le mappe: servono regole condivise, o il rischio è che la temperatura salga dove il ghiaccio si scioglie.