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UniCredit-Mps, la pista Delfin riaccende l’attenzione

- di: Jole Rosati
 
UniCredit-Mps, la pista Delfin riaccende l’attenzione

Tra colloqui, incastri azionari e promesse di capitale, Siena torna al centro del tabellone: l’ipotesi di un ingresso (o ritorno) di UniCredit fa discutere i mercati e riapre la partita della governance.

Il mercato fiuta sempre le storie con tre ingredienti: potere, capitale e tempo. E sulla traiettoria UniCredit-Mps i tre elementi si stanno riallineando. Nelle ultime ore si è riacceso il tema di un possibile interesse della banca guidata da Andrea Orcel per una fetta importante di Monte dei Paschi di Siena, con un focus particolare sulla partecipazione in mano a Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio. Non c’è alcun annuncio ufficiale, ma la sola prospettiva sta rimettendo in moto aspettative e calcoli: sinergie industriali, equilibrio tra soci e, soprattutto, la domanda delle domande in ogni operazione di consolidamento: chi tiene il volante?

Secondo quanto riportato da Reuters, Orcel avrebbe avuto contatti con Delfin per valutare un possibile acquisto della quota in Mps (circa il 17%). Nello stesso perimetro di dialogo, sempre stando alle fonti citate dall’agenzia, sarebbe stata considerata persino un’ipotesi di investimento diretto in Delfin e resterebbe sullo sfondo anche il capitolo Generali, dove Delfin è azionista rilevante.

Il punto non è soltanto “se” l’operazione possa accadere, ma “perché” oggi suoni plausibile. UniCredit è reduce da un anno in cui la partita domestica si è complicata e le alternative italiane, per una grande operazione, sembrano più strette: quando un dossier si chiude o rallenta, in finanza spesso se ne riapre un altro che era rimasto nel cassetto. E Mps, con una struttura proprietaria più frammentata e potenzialmente più “negoziabile”, torna automaticamente nella lista dei dossier osservati speciali.

In parallelo, la lettura degli analisti spinge benzina sul tema. Deutsche Bank, in un’analisi firmata da Giovanni Razzoli rilanciata dalla stampa finanziaria, descrive l’eventuale ingresso in Mps come una strada coerente per centrare obiettivi di crescita in Italia, valorizzando segmenti come il wealth management e rafforzando la distribuzione sulla clientela più patrimonializzata. Tradotto: non solo sportello e raccolta, ma “fabbriche prodotto” e consulenza, cioè le aree dove si difendono meglio i margini quando il ciclo dei tassi cambia.

C’è poi un dettaglio che agli investitori piace più delle narrazioni: i numeri di capitale. In termini di solidità patrimoniale, il confronto tra i coefficienti di capitale e la capacità di generare utili e distribuzioni è il vero termometro di qualsiasi fusione. Ed è qui che entrano in scena le ipotesi di buyback su Mps, che secondo Razzoli potrebbero diventare un acceleratore sia di rendimento per gli azionisti sia di flessibilità strategica.

L’idea è semplice e potentissima: riacquistare azioni riduce il numero di titoli in circolazione, può sostenere l’utile per azione e spesso “rassoda” l’equity story. Le simulazioni richiamate da fonti di mercato parlano di due strade: un programma ordinario da circa 1,4 miliardi attivabile tra la seconda metà del 2026 e la prima del 2027, e un programma straordinario fino a 2,4 miliardi, legato a condizioni regolamentari e alla gestione del capitale connesso a partecipazioni e assorbimenti patrimoniali. Nello scenario più spinto, il rendimento totale per gli azionisti salirebbe sensibilmente rispetto ai livelli di partenza: è il genere di prospettiva che, anche senza certezze, spiega perché il mercato resti “incollato” al dossier.

Fin qui, la finanza. Ma la politica della governance è l’altra metà del campo. Mps non è una public company “pura”: intorno a Siena ruotano soci storicamente influenti e sensibilità diverse, e ogni eventuale riallineamento delle quote ridisegna i pesi in assemblea. Oggi, oltre a Delfin, nel capitale figurano anche altri azionisti rilevanti e, soprattutto, resta la domanda su come si comporrebbe una maggioranza capace di orientare scelte industriali e nomine.

Qui si incastra l’aspetto più delicato: una manovra su una quota può essere letta come investimento finanziario, come “opzione” su una futura aggregazione o come mossa per contare di più in un risiko più ampio (bancario e, indirettamente, assicurativo). Ed è proprio questa ambiguità operativa a rendere il tema esplosivo: la stessa operazione può cambiare pelle a seconda del contesto e del timing.

In controluce c’è anche un capitolo che nelle ultime settimane ha pesato sul clima: l’attenzione delle autorità di vigilanza e l’eco delle verifiche legate a operazioni societarie nel settore. Un documento della Consob, riportato da diverse testate, ha escluso l’esistenza di un “patto occulto” e di un’azione di concerto tra alcuni soci in relazione a passaggi societari discussi nel mercato, contribuendo – secondo gli osservatori – a raffreddare parte delle tensioni e a rendere meno nervoso il quadro percepito dagli investitori.

Nel frattempo, la macchina delle dichiarazioni resta prudente: nessuno ha interesse a scoprire carte prima del tempo, soprattutto quando in gioco ci sono equilibri industriali e sensibilità istituzionali. Ma è proprio questa cautela a alimentare la speculazione: più il dossier resta “aperto” e non smentito, più il mercato lo prezza come possibilità.

"Quando si parla di fusioni bancarie, la vera notizia spesso non è l’offerta: è la geografia dei soci e la direzione del capitale" è la sintesi che circola tra analisti e investitori nelle sale operative. Perché nel 2026 la partita non si giocherà solo su chi compra chi, ma su come si costruisce un gruppo capace di crescere senza perdere compattezza e, al tempo stesso, di remunerare gli azionisti con una narrativa credibile.

Per UniCredit, l’eventuale dossier Mps sarebbe anche un modo per rimettere in discussione il perimetro domestico dopo una stagione in cui alcune strade si sono rivelate più accidentate del previsto. Per Mps, invece, l’interesse di un grande player potrebbe trasformarsi in un moltiplicatore di opzioni: dal semplice riassetto azionario a una prospettiva di integrazione, fino a un rafforzamento della strategia di distribuzione del capitale (dividendi e riacquisti) per alzare ulteriormente l’appeal del titolo.

Il nodo finale resta quello che decide tutte le storie di risiko: chi comanda davvero. Perché i numeri contano, ma nelle fusioni bancarie italiane contano anche i rapporti tra soci, le alleanze variabili e la capacità del management di tenere insieme strategia e consenso. E finché quel nodo non si scioglie, la suggestione resterà suggestione. Ma una suggestione, ormai, con prezzi, scenari e interlocutori che il mercato prende sul serio.

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