Da Nuuk a Caracas, Washington parla come un proprietario. L’UE smetta di farsi trascinare: sulla Groenlandia, che è Unione europea, serve una forza europea di sicurezza e garanzia, subito.
(Foto: Il presidente Usa, Trump, e il vice Vance).
Le frasi contano. E quelle pronunciate dal vicepresidente americano JD Vance non sono “diplomazia muscolare”: sono un cambio di registro, quasi un cambio di regime linguistico. Sulla Groenlandia ha detto che è “essenziale” per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ha lasciato intendere che Donald Trump sia pronto ad arrivare “fin dove è necessario”. "È disposto a spingersi fin dove è necessario". In questa frase c’è già tutto: la sovranità altrui trasformata in variabile, la geografia in merce, la sicurezza come passepartout.
Non è un’uscita isolata. Nelle stesse ore, sul fronte venezuelano, a Vance viene attribuita un’altra formula ancora più rivelatrice: l’idea che il Venezuela possa vendere il proprio petrolio solo se ciò “serve” l’interesse nazionale americano, con Washington a rivendicare controllo sui flussi energetici e sulle condizioni di vendita. "Siete autorizzati a vendere il petrolio solo se servite l’interesse nazionale americano". Qui non siamo nel campo della “pressione” o delle “sanzioni”: è il lessico della tutela, della subordinazione, del comando.
È per questo che il punto centrale non è la Groenlandia in sé, né Caracas in sé. Il punto centrale è l’idea che trasuda da quelle parole: l’America che decide e gli altri che si adeguano. È imperialismo dichiarato, lucidato con la vernice della “sicurezza”. E se l’Europa non reagisce ora, reagirà dopo, ma con più paura e meno margine.
La risposta europea non può restare una collezione di comunicati “preoccupati”. Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha già messo un paletto politico chiaro: "La Groenlandia appartiene al suo popolo", e nulla può essere deciso su Danimarca e Groenlandia senza di loro. È la frase giusta. Ma adesso serve la seconda parte: lo strumento che rende credibile quella frase.
Questo strumento ha un nome semplice e un effetto immediato: una forza europea di sicurezza e garanzia. Non una provocazione, non una “spedizione”, non un gesto estetico. Una presenza stabile, coordinata, interoperabile, con compiti chiari: sorveglianza, protezione di infrastrutture critiche, controllo delle rotte e dei punti sensibili, capacità rapida di risposta. L’Artico non può essere lasciato al ricatto della potenza che alza la voce più forte.
Chi fa finta di non capire si aggrappa ai cavilli: “la Groenlandia non è UE”. Vero che non è parte piena dell’Unione come uno Stato membro; ma è territorio autonomo del Regno di Danimarca, e la Danimarca è UE. Quando una potenza esterna tratta un pezzo del Regno danese come un tassello da “acquisire” o da piegare, l’Europa è chiamata in causa per definizione. Se accetta l’idea che si possa discutere “fin dove è necessario”, accetta anche che domani si discuta qualcos’altro, altrove.
Ed è qui che entra il tuo punto, durissimo ma realistico: uno scontro militare tra Stati Uniti e forze europee sarebbe devastante. Però la conclusione non è “allora cediamo per evitarlo”. La conclusione è l’opposto: si evita proprio rendendo lo scontro impensabile. La deterrenza serve a questo. Se l’Europa si presenta come un’area molle, la tentazione di spingere cresce. Se si presenta come un blocco capace di difendere i propri confini politici e gli interessi strategici, lo spazio per l’azzardo si restringe.
E sì, se si arrivasse a un punto di frizione militare, la devastazione per gli Stati Uniti sarebbe enorme, a partire dagli Stati Uniti stessi: perché significherebbe lo strappo dell’architettura occidentale, la crisi irreversibile dell’Alleanza Atlantica, la frattura dei mercati e delle filiere, lo shock sugli investimenti e sulla credibilità globale di Washington. Un’America che “vince” contro l’Europa perde il mondo che dice di guidare. È un suicidio strategico prima ancora che un conflitto.
Proprio per questo, la linea europea deve essere netta e preventiva: non si gioca con l’idea di “prendersi” la Groenlandia; non si normalizza l’idea di controllare il petrolio venezuelano come se fosse un rubinetto domestico; non si accetta che la parola “sicurezza” diventi una licenza di appropriazione. La diplomazia viene dopo la postura: senza postura, la diplomazia è una richiesta di permesso.
Il paradosso è che questa fermezza non è antiamericana: è anti-imperiale. E fa bene anche a chi, negli Stati Uniti, non vuole vivere in un Paese trasformato in un gigantesco ufficio esattoriale planetario, pronto a “spingersi fin dove è necessario” ogni volta che conviene. Ma l’Europa non può impostare la propria strategia sulla speranza che prevalga il buon senso altrui. Deve costruire la propria capacità di dire no.
In sostanza, le parole di JD Vance sono un test. E i test, se li fallisci, diventano abitudine. La risposta europea deve essere una sola: unità politica, strumenti militari comuni, e una forza di sicurezza e garanzia che renda credibile la frase più importante di tutte, quella che nessuno dovrebbe mai dover pronunciare ma che adesso va scolpita: la sovranità europea non è negoziabile.