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Amministrative: il centrodestra si immola sull'altare di candidature sbagliate

- di: Redazione
 
Amministrative: il centrodestra si immola sull'altare di candidature sbagliate
I ballottaggi di domenica e lunedì hanno dato i loro responsi, e se lo spoglio non dovesse stravolgere exit poll e proiezioni delle ore immediatamente susseguenti alla chiusure dei seggi, il centrosinistra ha vinto/stravinto a Roma e Torino, mentre a Trieste (con l'uscente Dipiazza, del centrodestra, favoritissimo) la corsa è ancora incerta.
Ma, dando per scontato questo quadro, l'esito delle amministrative dà la possibilità di fare alcune letture, che non sono legate essenzialmente al voto, ma alle condizioni per le quali esso si è determinato in questo modo e con questi numeri e percentuali. Appare abbastanza scontato, cominciamo da qui, che a Roma sì è consumato in fotocopia lo psicodramma di Milano, con la sconfitta di un candidato (lì Bernardo, nella capitale Michetti) che è stato mandato allo sbaraglio fidando sul fatto che, essendo il centrodestra in maggioranza nel Paese, l'esito del voto non poteva che premiare il prescelto dello schieramento.

Amminstrative: il centrosinistra vince nettamente a Roma e Torino, il centrodestra paga le candidature sbagliate

Insomma, per il centrodestra, nella certezza della vittoria, è sembrato inutile schierare un candidato forte e politico, preferendo pescare nella società. Né a Milano, né a Roma si è vinto, confermando che dietro ogni elezione, che mira a conquistare l'amministrazione di una città, vale lo spessore della persona e non solo la casacca che si porta addosso. Evidentemente la lezione di Milano - con Bernardo letteralmente spazzato da Beppe Sala - non è servita a nulla e Michettii, al di là di qualche comparsata senza risultato alcuno, non ha avuto quel supporto che si aspettava - ed era lecito aspettarsi - da chi lo aveva proposto a subentrare a Virginia Raggi.

Qualcuno si è già chiesto se all'esito negativo del ballottaggio abbiano contribuito le improvvide parole che, dal passato, sono tornate per azzoppare Michetti, che non ha avuto il tempo di imparare che la Rete non cancella nulla e le sue frasi sulla shoah (se ne parla tanto, ha detto, perché gli ebrei possedevano le banche) o sulla gente di colore (a suo giudizio, incapaci di alcuni lavori) sono tornate a mettere chiodi sulla sua bara politica. Ma Michetti. affondando, si porterà dietro qualcuno, non definitivamente, ma solo per qualche istante, necessario a fare bere il calice amaro della sconfitta. A cominciare da Giorgia Meloni, che lo aveva voluto come candidato, ma che non ha saputo, come partito, capitalizzare il bonus di consensi che gode nel Paese. A conferma che, se si volge indietro a guardare le truppe di Fratelli d'Italia, Meloni deve accorgersi che il suo partito deve ''ripensarsi'', non deve tanto radicarsi di più sul territorio, quanto costruire una struttura che non sia espressione di una classe politica ''ereditata'' dalle tante metamorfosi della destra e che non abbia volti e argomenti che potevano andare vent'anni fa e che oggi sono obsoleti.

Ma la sconfitta nelle amministrative di Roma e Torino
, che erano guidate da sindaci pentastellati, è anche di Matteo Salvini, che probabilmente avrà già pronto il piano B, vantando la conquista di città che sono certamente importanti, ma che non hanno nessun valore politico rispetto agli ex feudi di Raggi e Appendino. È la linea della Lega (usata anche dopo il primo turno): pesare l'esito del voto con il numero delle amministrazioni e non con il loro valore politico. Ma questa volta c'è poco da girare intorno: il ballottaggio è stata una Waterloo e non Lepanto.

Comunque non si possono fare suonare le trombe che celebrano il trionfo davanti ad una astensione che resta un problema politico enorme, significando che la gente ha progressivamente perso fiducia nella classe politica, ma soprattutto sul voto per cambiarla. La gente non è andata a votare non tanto per motivazioni ideologiche, quanto perché non si riconosce più in una classe politica che sembra non capire di avere perso ogni contatto con l'elettorato, impegnata com'è a battibeccare e non certo per impegnarsi a costruire. Questo accade in ogni forza o schieramento politico, dalle truppe grilline, allo sbando e che non riescono a riconoscere la leadership di Giuseppe Conte - sotto attacco soprattutto da suoi stessi compagni di partito -, allo stesso Pd, che però almeno sta cercando di trovare nuova linfa dalle recenti vittorie.
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