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Banche Ue dopo il rally: Barclays vede ancora spazio di corsa

- di: Bruno Coletta
 
Banche Ue dopo il rally: Barclays vede ancora spazio di corsa

Dopo cinque anni di “muscoli”, il settore si gioca il bis tra utili attesi, valutazioni ancora appetibili e nuove mine politiche da Parigi a Washington.

Le banche europee hanno appena chiuso un quinquennio che, per la Borsa, vale come una promozione in prima classe: rendimenti superiori al resto del listino, dividendi e buyback a fare da carburante, e un 2025 da protagonista assoluto. Il punto, ora, è se il film sia arrivato ai titoli di coda o se ci sia ancora un secondo tempo da giocare.

Barclays sceglie la seconda ipotesi: resta “sovrappeso” sul comparto e ammette che dopo una corsa così forte “il livello di difficoltà si alza”, ma non vede il serbatoio vuoto. In altre parole: per continuare a salire serviranno motivazioni più solide, però il potenziale non è evaporato.

Il termometro del settore, l’indice SX7P (banche dello Stoxx Europe 600), nel 2025 ha fatto segnare un progresso nettamente superiore al mercato azionario europeo più ampio. E il contributo del comparto ai rendimenti complessivi delle azioni europee negli ultimi anni è stato tra i più alti in assoluto. È un dato che fotografa bene la svolta: da “anello debole” del continente a locomotiva di performance.

Il cuore della tesi di Barclays sta in un mix che piace a chi investe: valutazioni che, pur risalite, non vengono considerate “care” rispetto alla storia recente, e profittabilità che regge anche con regole più stringenti. In termini semplici, la banca d’affari legge il settore così: più redditività, ma con bilanci mediamente meno tirati e sotto una vigilanza più severa rispetto all’era pre-crisi finanziaria.

Il tema della profittabilità è il vero spartiacque. Se il mercato paga un’azione bancaria come “ciclica e rischiosa”, pretende sconti. Ma quando la redditività appare più stabile e i requisiti di capitale sono robusti, quello sconto può ridursi. Ed è qui che Barclays prova a infilare il cuneo: secondo le sue stime, l’utile per azione del settore potrebbe crescere ancora nel 2026 e 2027, dopo un 2025 più moderato. "L’asticella per sorprendere è più alta, ma lo spazio per rialzi non è esaurito" è la sintesi che rimbalza nelle letture di mercato della nota.

Il secondo pilastro è la solidità patrimoniale. La fotografia più recente del sistema bancario europeo conferma un capitale di qualità elevato: il coefficiente CET1 è rimasto su livelli considerati robusti nel terzo trimestre 2025. Questo “cuscinetto” conta per due ragioni: protegge in caso di shock macro e, in tempi normali, dà margine per politiche di distribuzione (dividendi e riacquisti) che il mercato tende a premiare.

Ma se la trama rialzista ha ancora pagine da scrivere, i capitoli “rischio” non mancano. Il primo è il più classico: la dipendenza dalla congiuntura. Un rallentamento più brusco del previsto, o un deterioramento del credito, può cambiare la musica rapidamente, soprattutto per chi ha esposizioni più sensibili a famiglie e piccole imprese.

Il secondo rischio è politico, ed è quello che oggi spaventa di più perché è rumoroso e difficile da modellizzare. In Francia la partita dei conti pubblici e delle scelte fiscali resta una fonte di incertezza percepita dal mercato; nel Regno Unito torna ciclicamente l’ipotesi di ritocchi fiscali che potrebbero colpire i profitti del settore. Non è solo questione di aliquote: è l’imprevedibilità delle regole del gioco a fare prezzo.

Poi c’è l’incognita Stati Uniti. Il settore bancario europeo, direttamente o indirettamente, guarda a Washington per almeno due motivi: condizioni finanziarie globali e regolazione/pressione politica sul credito al consumo. Negli ultimi giorni, ad esempio, i mercati hanno reagito a segnali politici legati al costo del credito (con particolare attenzione ai tassi applicati su alcuni prodotti di massa). È un tema che può diventare una lama: popolare per l’elettorato, scomodo per la redditività.

In parallelo, resta aperta la domanda più “moderna”: quanto può valere l’efficienza, e quindi la tecnologia, nella prossima gamba del ciclo bancario? L’idea che l’automazione e l’intelligenza artificiale possano comprimere i costi operativi è entrata stabilmente nel dibattito degli investitori. Non è un dettaglio: se i ricavi si normalizzano con tassi meno favorevoli, la difesa dei margini passa anche dalla capacità di tagliare spese senza aumentare i rischi.

Un altro segnale interessante arriva dal posizionamento. In queste fasi, il mercato non guarda solo ai fondamentali ma anche a “chi è già dentro” e con quanto. Barclays osserva che il settore risulta molto presente nei portafogli degli hedge fund, mentre alcuni investitori più tradizionali non sarebbero tornati ai massimi di esposizione. È il classico spazio teorico per un’ulteriore rotazione: se l’istituzionale “long-only” aumenta il peso, il rally può trovare nuova domanda. Se invece resta alla finestra, la salita diventa più fragile.

Sul fronte delle scelte, la banca d’affari indica una lista di titoli preferiti nel comparto europeo, con una netta distinzione tra chi viene considerato da sovrappesare e chi, invece, appare meno attraente ai prezzi correnti. Tra i nomi più ricorrenti nelle selezioni figurano Santander, Lloyds, ABN Amro, Deutsche Bank, Erste Group, Société Générale e BPER. Più fredda, invece, la lettura su Nordea, Swedbank e UBS Group, citati come profili meno convincenti nel rapporto rischio/rendimento attuale.

Resta il nodo tattico: come stare sul settore quando “tutti lo hanno già visto” e i target di consenso sembrano aver incorporato gran parte della corsa? Qui entra in scena l’approccio da sala derivati, più che da cassettista. L’idea è affittare l’eventuale rialzo usando strutture opzionali che limitino il costo dell’errore. "Meglio costruire un’esposizione che lasci partecipare ai guadagni, ma che renda gestibile il rischio di essersi mossi tardi" è la logica che circola tra gli operatori quando il posizionamento è tirato.

Il settore bancario europeo non è più la scommessa “di recupero” del dopo-crisi. È diventato un pezzo centrale del portafoglio Europa, e proprio per questo viene giudicato con un metro più severo. Barclays sostiene che la storia non sia finita: valutazioni ancora interessanti rispetto ai fondamentali, capitale solido e utili attesi in crescita. Ma la prossima performance, più che dal vento in poppa, dipenderà dalla capacità di navigare tra politica, macroeconomia e un’America che può cambiare le regole del gioco con un annuncio.

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