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Bonus 4.0 o 5.0: dentro il labirinto degli incentivi che ridisegna la politica industriale italiana

- di: Alberto Venturi
 
Bonus 4.0 o 5.0: dentro il labirinto degli incentivi che ridisegna la politica industriale italiana

Dietro la scelta obbligata tra i bonus 4.0 e 5.0 c’è un settore che negli ultimi anni ha rappresentato il cuore dell’ammodernamento produttivo del Paese: quello degli incentivi fiscali per la trasformazione digitale dell’industria. Un ecosistema fatto di sigle, procedure, verifiche e scadenze, che ha mosso miliardi e spinto migliaia di imprese a entrare nel mondo delle macchine interconnesse, dei software intelligenti, dell’automazione. Un settore che oggi si trova, ancora una volta, sul confine tra ciò che è stato e ciò che sta per diventare.

Bonus 4.0 o 5.0: dentro il labirinto degli incentivi che ridisegna la politica industriale italiana

Le due sigle protagoniste del momento, “Transizione 4.0” e “Transizione 5.0”, non sono semplici etichette. Sono due pilastri di politiche industriali che hanno accompagnato – e in parte orientato – l’evoluzione del sistema produttivo italiano. Due modelli di incentivo che raccontano due fasi del Paese: la modernizzazione digitale e la spinta verso la sostenibilità.

Cosa significa davvero Transizione 4.0

Il credito d’imposta del piano Transizione 4.0 è la misura che, dal 2017, ha guidato la digitalizzazione delle aziende. È la traduzione concreta di un’idea: portare nelle fabbriche italiane macchinari capaci di dialogare con i sistemi informatici, sensori che raccolgono dati in tempo reale, software evoluti che controllano e ottimizzano i processi. È stata la porta d’ingresso dell’industria verso un ecosistema digitale integrato. E ha funzionato: gli investimenti sono aumentati, la domanda di tecnologie è cresciuta, il tessuto produttivo ha fatto un salto di qualità.

Il 4.0, oggi, è visto dalle imprese come un porto sicuro. Regole chiare, controlli limitati, procedure note. È l’incentivo della continuità.

Transizione 5.0: l’innovazione che pretende di cambiare tutto
Il 5.0, introdotto nel 2024, non si limita alla digitalizzazione. Aggiunge una condizione: la riduzione dei consumi energetici. Non basta acquistare un macchinario moderno; bisogna dimostrare che quel macchinario farà consumare meno energia all’intero processo produttivo. È qui che entra in scena l’ENEA, l’ente pubblico che misura e certifica le performance energetiche dei progetti. E c’è il GSE, il Gestore dei Servizi Energetici, la struttura operativa che riceve le domande, le analizza, chiede integrazioni, decide chi ha diritto all’incentivo.

Il 5.0 nasce come misura più ambiziosa, più “europea”, più vicina agli obiettivi ambientali che Bruxelles chiede. Ma è anche una misura più dura: richiede perizie, simulazioni, prospetti, relazioni tecniche. E soprattutto richiede tempo. Tempo che spesso le imprese non hanno.

Perché le imprese si trovano ora davanti a una scelta irrevocabile
Molte aziende, per non sbagliare, hanno presentato domanda sia per il credito 4.0 sia per il 5.0. Una doppia prenotazione vista come un’assicurazione. Ma l’assicurazione è durata poco. Il Governo ha stabilito che non si possono usare i due crediti per gli stessi beni. Niente cumulo, niente doppio vantaggio. Le risorse non bastano: serviva un freno, e il freno è arrivato con un decreto che impone una decisione. Ora.

Le imprese devono dire cosa scelgono. E deve dirlo al GSE, che in questa fase è diventato una sorta di arbitro nazionale della transizione industriale, con un potere che pochi si aspettavano.

Come funzionano le sigle che governano il processo

Ci sono tre centri nevralgici:

GSE, Gestore dei Servizi Energetici: analizza le domande, controlla la documentazione, certifica ammissibilità e coerenza dei progetti, assegna le risorse.
ENEA, Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie: valida la riduzione dei consumi energetici necessaria per il 5.0.
MIMIT, Ministero delle Imprese e del Made in Italy: definisce norme, decreti, cornici operative e strategie industriali.

Un triangolo istituzionale che governa miliardi di euro e stabilisce chi potrà accedere al futuro produttivo del Paese.

Il nodo politico dietro la scelta
La decisione forzata non è solo tecnica. È politica.
L’Italia non può permettersi di finanziare due misure parallele per gli stessi beni. L’obiettivo è liberare risorse, evitare sovrapposizioni, presentarsi a Bruxelles con conti chiari. Ma c’è anche la volontà di spingere, almeno in teoria, verso un modello produttivo più sostenibile. Il 5.0 è l’architrave di questa visione, ma la macchina amministrativa non corre alla stessa velocità della politica. E così, in mezzo, restano le imprese: strette, pressate, costrette a una scelta che peserà per anni.

Il rischio che nessuno vuole ammettere
Chi sceglie il 5.0 punta a un credito potenzialmente più alto, ma accetta l’incertezza dei controlli e dei tempi. Chi sceglie il 4.0 rinuncia a un possibile vantaggio, ma evita ostacoli e complessità. In entrambi i casi, il rischio è reale: sbagliare scelta oggi significa compromettere investimenti, bilanci, piani industriali.

Il Paese è dentro una transizione doppia: quella delle imprese e quella della politica degli incentivi. Una sovrapposizione che genera tensioni, rallentamenti, dubbi.

Il futuro che si intravede
Gli esperti già lo dicono: l’era dei grandi crediti d’imposta potrebbe chiudersi. Si parla sempre più insistentemente di un ritorno a meccanismi tradizionali, meno generosi ma più stabili. L’Italia, in questo scenario, tenta di ridefinire la propria politica industriale mentre le imprese cercano di capire quale sarà la prossima mossa.

E in mezzo resta la scelta tra 4.0 e 5.0. Una scelta che nasce come tecnica ma diventa inevitabilmente politica. Una scelta che fa capire, più di mille decreti, in che direzione si sta muovendo il Paese.

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