Dal Forum Qualivita nasce l’Action plan 2027 sulle indicazioni geografiche.
L’Unione europea accende definitivamente i riflettori sulla Dop economy.
Da Siena, cuore simbolico del made in Italy agroalimentare, il commissario europeo all’Agricoltura
Christophe Hansen annuncia la preparazione, entro il 2027, di un
piano d’azione europeo sulle indicazioni geografiche (IG). Obiettivo dichiarato: valorizzare un patrimonio
che vale circa 80 miliardi di euro in Europa e che vede l’Italia in prima fila per numero di prodotti e valore generato.
Il messaggio è chiaro: le indicazioni geografiche non sono più un “segmento di nicchia”, ma un’asse strategica
della politica agricola e industriale europea, decisiva per reddito degli agricoltori, coesione territoriale, export e immagine
internazionale dell’Unione.
Un tesoro da 80 miliardi che parla soprattutto italiano
Secondo gli ultimi studi commissionati da Bruxelles sul valore economico dei regimi di qualità, i prodotti a
indicazione geografica – Dop, Igp, specialità tradizionali garantite e indicazioni geografiche per vini e spirit –
generano un giro d’affari stimato attorno agli 80 miliardi di euro l’anno nell’Unione europea e contribuiscono
per circa un sesto all’export totale agroalimentare della Ue.
In questo universo, l’Italia recita un ruolo da protagonista: oltre 890 prodotti registrati tra
Dop, Igp e Stg, il numero più alto dell’Unione, e una presenza capillare che va dai grandi marchi
internazionali – come il Parmigiano Reggiano, l’Aceto balsamico di Modena o il Prosciutto di Parma – fino alle
denominazioni di territorio meno note ma cruciali per la sopravvivenza economica di intere aree rurali.
Non è solo una questione di identità: le ricerche sulla filiera dimostrano che i prodotti con certificazione di origine
spuntano in media prezzi più elevati e un fatturato quasi doppio rispetto a quelli senza Ig,
rafforzando la posizione dei produttori nella catena del valore e sostenendo l’occupazione nelle aree rurali.
Il Forum di Siena e il “Memorandum” dei territori
Il VII Forum europeo sulla qualità alimentare, organizzato dalla Fondazione Qualivita
il 5 e 6 dicembre 2025 negli spazi di Santa Maria della Scala a Siena, è stato il palcoscenico scelto per l’annuncio.
Il tema dell’edizione – “Costruire il futuro delle indicazioni geografiche” – ha riunito Consorzi di tutela,
rappresentanze europee delle filiere Ig, studiosi, amministratori e i ministri dell’Agricoltura di Italia, Francia e Spagna.
Nel corso del Forum è stato presentato il Libro Verde “Il futuro delle Indicazioni Geografiche”,
documento strategico che individua una serie di priorità per il sistema: rafforzare la tutela giuridica,
migliorare la sostenibilità ambientale e sociale, promuovere l’innovazione (anche digitale), coinvolgere le nuove generazioni
e inserire il tema delle IG dentro le grandi partite globali, dalla geopolitica del cibo alla sicurezza alimentare.
A Siena è stato anche firmato il “Memorandum di Siena”, testo che sintetizza le richieste dei territori alla
Commissione europea. Il documento chiede in particolare strumenti più forti contro le imitazioni,
maggiore integrazione tra politiche agricole, industriali e commerciali, e una governance che riconosca il ruolo centrale
dei Consorzi di tutela e delle organizzazioni dei produttori.
La linea di Hansen: ascolto, territori e visione di lungo periodo
Davanti ai rappresentanti della cosiddetta Dop economy, Christophe Hansen ha scelto una parola chiave:
ascolto. L’iter che porterà al piano d’azione del 2027 viene descritto come un percorso condiviso con gli attori
della filiera.
“Questo appuntamento segna l’avvio di un processo di confronto strutturato con i protagonisti delle indicazioni geografiche:
vogliamo costruire un piano collettivo, che parta dai territori e dalle loro esigenze reali”, ha spiegato il commissario,
sottolineando come l’anno 2026 sarà dedicato a raccogliere contributi da Stati membri, Consorzi, regioni e mondo
della ricerca.
Hansen ha ribadito un concetto più volte al centro dei suoi interventi pubblici:
“Le indicazioni geografiche sono uno strumento collaudato per valorizzare i prodotti simbolo dell’Europa, rafforzare le aree rurali
e offrire opportunità competitive alle imprese”. Una linea che si intreccia con il dibattito in corso sulla
Politica agricola comune dopo il 2027 e sull’esigenza di rendere il sistema più resiliente alle crisi di mercato,
climatiche e geopolitiche.
Che cosa prevede l’Action plan europeo 2027
Il nuovo Action plan sulle indicazioni geografiche, annunciato a Siena e atteso per il 2027, viene delineato come
uno strumento operativo per dare piena attuazione al recente Regolamento europeo sulle IG e
trasformare la normativa in risultati concreti per le filiere.
Pur in attesa del testo definitivo, le linee di lavoro anticipate ruotano attorno ad alcuni assi:
- Investimenti mirati per l’ammodernamento delle filiere Ig, dalla logistica alla trasformazione, con particolare attenzione alle aree rurali più fragili.
- Rafforzamento dei controlli e della lotta alla contraffazione, sia sul mercato interno sia nei Paesi terzi, anche attraverso strumenti digitali e cooperazione internazionale.
- Promozione coordinata delle IG europee nei mercati esteri, integrando politiche commerciali, accordi bilaterali e campagne di comunicazione rivolte ai consumatori.
- Sostenibilità ambientale e sociale come requisito centrale, con incentivi per le filiere che riducono l’impatto climatico, tutelano la biodiversità e garantiscono condizioni eque lungo la catena.
- Digitalizzazione dei sistemi di tracciabilità e delle informazioni al consumatore, dal QR code alle piattaforme di certificazione, per rendere più trasparente l’origine dei prodotti.
- Trasferimento di competenze e formazione per i giovani agricoltori, i trasformatori e i manager dei Consorzi, così da assicurare ricambio generazionale e capacità di innovare.
In questa cornice, la Dop economy viene dipinta come un laboratorio ideale per sperimentare modelli di sviluppo
rurale che tengano insieme economia, ambiente e cultura.
Perché le indicazioni geografiche valgono (almeno) il doppio
Gli studi economici sulle IG convergono su un punto: le certificazioni europee di qualità, se ben gestite,
generano più valore rispetto ai prodotti generici. Il differenziale non riguarda solo il prezzo al chilo,
ma l’intero ecosistema che si crea attorno a una denominazione: posti di lavoro, turismo enogastronomico, servizi collegati,
ricerca e innovazione.
Le IG, inoltre, contribuiscono a proteggere paesaggi e saperi tradizionali. Molti disciplinari impongono
pratiche agricole e tecniche produttive coerenti con le caratteristiche storiche del territorio. In diversi casi,
ricerche accademiche hanno messo in luce come i sistemi Dop e Igp possano favorire modelli più sostenibili di uso del suolo
e ridurre il rischio di abbandono rurale.
Non mancano, certo, le criticità: dalle tensioni sui prezzi delle materie prime alla necessità di conciliare
rigore nei disciplinari e innovazione, fino al rischio di concentrazione del valore in pochi
grandi operatori. Proprio per questo, il dibattito in corso in Europa insiste sul rafforzamento dei piccoli e medi Consorzi
e sulla capacità delle IG di generare benefici diffusi lungo tutta la catena.
Italia modello: Toscana ed Emilia-Romagna in vetrina
Il viaggio italiano del commissario Hansen, in occasione del Forum di Siena, è stato anche un tour nella
geografia concreta delle IG. In Toscana, oltre ai lavori del Forum, il commissario ha visitato realtà simboliche
dell’olio e del vino, dal Chianti alle grandi cantine che hanno costruito nel tempo marchi riconosciuti a livello mondiale.
Poi tappa in Emilia-Romagna, dove la Dop economy è una componente strutturale dell’economia regionale.
La visita a un caseificio di Parmigiano Reggiano e l’incontro con il sistema delle IG – dal
Consorzio dell’Aceto balsamico di Modena alle altre eccellenze locali – hanno offerto l’occasione per toccare con mano
l’intreccio tra produzione, export e innovazione.
L’Italia viene così presentata come un modello di riferimento per altri Paesi europei, non solo per il numero di
denominazioni, ma per la capacità di trasformare le IG in strategie territoriali che coinvolgono imprese, Comuni,
regioni, università e mondo del turismo.
Il ruolo del nuovo regolamento europeo sulle Ig
Il piano annunciato da Hansen si inserisce nel solco del nuovo regolamento europeo sulle indicazioni geografiche,
approvato di recente e destinato a ridisegnare le regole del gioco per i prodotti agricoli, i vini, le bevande spiritose e,
sempre di più, anche per le indicazioni geografiche non alimentari.
Il cuore della riforma è l’idea che le IG debbano essere:
- più tutelate, con procedure più rapide contro le imitazioni e un presidio più forte sulle piattaforme online;
- più leggibili per i consumatori, grazie a regole chiare sull’etichettatura e sull’uso dei nomi in pubblicità;
- più integrate con le altre politiche europee, dal commercio internazionale alla transizione verde;
- più inclusive, con spazio alle filiere emergenti e ai territori finora rimasti ai margini del sistema.
L’Action plan 2027 viene quindi presentato come il “braccio operativo” del nuovo quadro legislativo,
con l’ambizione di passare dalle norme agli investimenti, dai principi ai progetti concreti.
Le grandi sfide: clima, imitazioni e nuove generazioni
Dietro la retorica dell’eccellenza, il mondo delle IG si confronta con sfide molto concrete. La prima è il
cambiamento climatico, che mette sotto pressione le aree di produzione, dai vigneti alle zone vocate per formaggi
e salumi. Modifiche nelle temperature, nella distribuzione delle piogge e nella frequenza degli eventi estremi costringono a
ripensare tecniche colturali, rese e perfino confini delle stesse aree di denominazione.
La seconda sfida è la battaglia contro le imitazioni e gli usi impropri dei nomi. Sul mercato globale,
i prodotti che richiamano vagamente le denominazioni europee ma non rispettano disciplinari e controlli restano numerosi.
Da qui la richiesta di accordi commerciali più incisivi e di sistemi di vigilanza potenziati, anche sul digitale.
Terzo nodo, il ricambio generazionale. Senza giovani disposti a investire in agricoltura e trasformazione,
le IG rischiano di diventare marchi svuotati di contenuto. Per questo, molte misure discusse a Siena guardano alle
nuove generazioni: dalla formazione alle start up collegate al food, fino all’uso di intelligenza artificiale
e dati per migliorare tracciabilità, gestione dei vigneti, analisi dei mercati.
Dop economy come infrastruttura dell’Europa rurale
Il messaggio che esce da Siena è netto: la Dop economy non è un vezzo gastronomico, ma una vera e propria
infrastruttura economica e culturale dell’Europa rurale. I prossimi due anni, tra consultazioni e stesura
dell’Action plan, saranno decisivi per capire se l’Unione riuscirà a trasformare questo patrimonio in una leva stabile
di sviluppo, prima che le pressioni dei mercati e del clima facciano saltare gli equilibri costruiti negli ultimi decenni.
In questo scenario, l’Italia gioca la partita in casa: con il peso del suo sistema di indicazioni geografiche,
la forza dei Consorzi e una rete di territori che hanno fatto della qualità certificata il proprio biglietto da visita.
Se l’Europa vuole davvero puntare sulla Dop economy, il laboratorio è già aperto – e si chiama, sempre di più,
Siena.