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Export cinese giù del 33% negli Usa, Pechino guarda a Europa

- di: Matteo Borrelli
 
Export cinese giù del 33% negli Usa, Pechino guarda a Europa
Export cinese giù del 33% negli Usa, Pechino guarda a Europa
Il Dragone perde terreno con Washington ma rafforza i legami con Ue e Asean, mentre il surplus resta vicino ai record.

La recente ondata di dati sul commercio internazionale ha acceso i riflettori sull’interscambio tra Cina e Stati Uniti: in agosto 2025, le esportazioni dalla Cina verso gli Stati Uniti sono crollate del 33,1% rispetto all’anno precedente, con un calo di quasi il 12% rispetto a luglio. Anche le importazioni dagli Stati Uniti hanno sofferto, con un -16%. Il surplus commerciale verso Washington si è ridotto a 20,32 miliardi di dollari, in ribasso rispetto ai 23,74 miliardi di luglio.

In un quadro di tensioni tariffarie che perdurano — nonostante la tregua firmata ad aprile — l’export complessivo della Cina ha comunque segnato un +4,4% su base annua, ma si tratta del ritmo di crescita più lento degli ultimi sei mesi, al di sotto delle stime del +5% atteso. Le importazioni sono salite solo dell’1,3%, ben lontane dal +4,1% di luglio.

Il risultato netto? Il surplus commerciale della Cina ad agosto è stato di circa 102,3 miliardi di dollari, in crescita rispetto ai 98,2 miliardi di luglio, ma inferiore ai 114,8 miliardi registrati a giugno. Nei primi otto mesi dell’anno, il saldo ha raggiunto circa 785 miliardi, avviandosi verso un nuovo record annuale.

Pechino riallinea le rotte commerciali

Di fronte alla contrazione verso gli Usa, la Cina ha compensato con mercati alternativi: le esportazioni verso l’Ue sono aumentate del 10,4%, mentre quelle destinate ai Paesi dell’Asean hanno segnato un +22,5%. Anche l’Africa e l’America Latina hanno mostrato incrementi robusti.

Secondo Washington, tuttavia, Pechino sfrutta il cosiddetto trans-shipping: far transitare le merci attraverso Paesi terzi per aggirare i dazi diretti. Una pratica che accresce le tensioni diplomatiche, soprattutto nell’area Asean.

Sul fronte europeo, Germania, Francia e Italia hanno registrato aumenti significativi: +7,5% per Berlino, +8,2% per Parigi e +17,9% per Roma nei primi otto mesi. Il surplus della Cina verso l’Ue è salito del 21,5% nello stesso periodo, toccando circa 197 miliardi e proiettandosi verso i 300 miliardi a fine anno.

Le ombre interne e il discorso politico

Il rallentamento delle importazioni evidenzia un’altra fragilità: la domanda interna cinese resta debole. I consumi non ripartono e il settore immobiliare continua a rappresentare una zavorra. Diversi analisti sottolineano come il modello di crescita appaia ancora troppo dipendente dall’export, quindi vulnerabile ai cicli globali.

In parallelo, Xi Jinping ha colto l’occasione per lanciare un messaggio politico. In un vertice virtuale dei Brics promosso dal Brasile, il presidente cinese ha invocato “lo spirito di apertura, inclusività e cooperazione reciprocamente vantaggiosa” e ha denunciato “egemonismo e protezionismo che stanno minando le regole del commercio internazionale”, parole che suonano come un riferimento diretto agli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato è la “Grande cooperazione dei Brics”, una rete capace di bilanciare le tensioni commerciali globali.

Un momento di contraddizioni

La Cina vive un momento di contraddizioni: rallenta con Washington, ma accelera con Europa e Sud globale; i dati restano robusti, ma la domanda interna zoppica; Xi Jinping si presenta come leader del multilateralismo, mentre gli Usa imboccano la strada dell’isolazionismo. La domanda chiave resta aperta: basteranno Ue e Asean a sostituire l’enorme mercato americano? O la Cina finirà per scoprire che, dietro l’apparente resilienza, si nasconde una dipendenza ancora più rischiosa?

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