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Salari, potere d’acquisto al palo: -9% dal 2021. Chi resta indietro

- di: Matteo Borrelli
 
Salari, potere d’acquisto al palo: -9% dal 2021. Chi resta indietro
Le buste paga crescono ma non battono l’inflazione. Oltre 5 milioni di lavoratori aspettano il contratto. Istat: “Aumenti nominali robusti, ma quelli reali sono in forte ritardo”. Chi guadagna di più e chi resta indietro

Un Paese che lavora di più, ma guadagna meno

L’Italia sta recuperando lentamente terreno sul fronte salariale, ma la forbice tra retribuzioni nominali e potere d’acquisto reale resta dolorosamente aperta. Nel primo semestre del 2025 le retribuzioni orarie sono aumentate in media del 3,5% rispetto allo stesso periodo del 2024. Ma non basta. A parità di potere d'acquisto, i salari restano ancora inferiori di circa il 9% rispetto al gennaio 2021, prima che la doppia fiammata inflazionistica del 2022 (+8,1%) e del 2023 (+5,7%) facesse evaporare ogni progresso.

Il dato è inequivocabile: nonostante una crescita nominale moderata, la distanza dai livelli reali pre-crisi resta abissale. E il paradosso è che, sebbene l’inflazione sia rallentata nel 2024 e nella prima metà del 2025, il recupero salariale è ancora largamente incompleto.

Chi guadagna di più, chi resta indietro

A giugno 2025, l’indice delle retribuzioni contrattuali registra un +0,5% rispetto a maggio e un +2,7% su base annua. L’analisi per settori mostra variazioni non uniformi: +2,3% nell’industria, +2,7% nei servizi privati e +2,9% nella pubblica amministrazione. I comparti più “fortunati”? Ministeri (+6,9%), militari e settore difesa (+6,7%), forze dell’ordine (+5,8%) ed energia elettrica (+6,7%), grazie ai recenti rinnovi contrattuali.

“L’andamento tendenziale delle retribuzioni contrattuali si è confermato robusto, ma in rallentamento rispetto al trimestre precedente”, ha commentato l’Istat. “L’accelerazione osservata nel pubblico impiego non compensa la frenata nel settore privato”.

L’attesa logora il salario: 5,7 milioni senza contratto rinnovato

Il vero macigno che pesa sulla dinamica salariale italiana è il ritardo nei rinnovi contrattuali. Alla fine di giugno 2025 erano 31 i contratti collettivi nazionali scaduti. Riguardano circa 5,7 milioni di lavoratori, pari al 43,7% del totale. In altre parole, quasi un lavoratore su due è fermo a condizioni economiche vecchie di anni.

Gli accordi vigenti coprono il 56,3% dei dipendenti – circa 7,4 milioni di persone – e il 54% del monte retributivo. Ma chi resta fuori da questo perimetro vive di fatto in un limbo contrattuale che alimenta incertezza e impoverimento.

Le retribuzioni reali sotto attacco: confronto con l’Europa

La dinamica italiana si inserisce in un quadro europeo tutt’altro che uniforme. In Germania e Francia le retribuzioni reali sono tornate ai livelli pre-Covid, grazie a politiche fiscali più mirate e negoziazioni salariali tempestive. In Italia, invece, pesano ritardi strutturali nei rinnovi e un tessuto produttivo ancora fortemente frammentato.

“L’indebolimento del potere d’acquisto ha effetti diretti sulla domanda interna”, ha osservato Tito Boeri, economista. “La crescita salariale nominale, se non accompagnata da aumenti di produttività e riduzioni delle disuguaglianze, non basta a generare uno stimolo robusto all’economia”.

Il nodo dei contratti e la fragilità della contrattazione

L’architettura della contrattazione collettiva italiana mostra crepe sempre più profonde. Circa il 35% dei rinnovi impiega più di due anni per essere firmato. Inoltre, molti contratti restano vigenti oltre la scadenza, lasciando sacche di lavoratori non tutelati.

“Non è solo un tema di numeri”, ha sottolineato Domenico Proietti, segretario confederale Uil. “È una questione di dignità del lavoro. Non si può continuare a chiedere sacrifici a chi è già in ritardo di nove punti percentuali sul 2021”.

Le prospettive: un autunno di rinegoziazioni e tensioni

L’autunno 2025 si preannuncia carico di vertenze. I comparti sanità, metalmeccanico e trasporti sono in pressing, mentre Cgil, Cisl e Uil spingono per una forma di indicizzazione programmata dei salari reali. Il dibattito sul salario minimo legale è stato riaperto.

Maurizio Landini, segretario della Cgil, ha parlato di “un’emergenza salariale strutturale, non congiunturale”, invocando un intervento del governo entro settembre.

Nel frattempo, l’Autorità garante per la contrattazione collettiva ha chiesto di “accelerare la definizione dei rinnovi in sospeso”. Ma senza strumenti vincolanti, la raccomandazione rischia di rimanere lettera morta.

Un Paese che rischia l’assuefazione alla bassa retribuzione

Il rischio più grave è quello della normalizzazione: l’Italia è sempre più un Paese in cui lavorare non garantisce più mobilità sociale né stabilità economica.

“Se il salario reale non cresce, la frustrazione sociale aumenta”, avverte il sociologo Franco Garelli. “Si crea una generazione che lavora per sopravvivere, non per costruire”.

Il dato dei salari non è solo una questione economica: è una cartina di tornasole del tipo di società che stiamo diventando. E oggi, purtroppo, assomiglia sempre più a una corsa sul posto.

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