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L'ENI e le incongruenze italiane

- di: Fabio Verna
 
L'ENI e le incongruenze italiane

Una delle poche voci che ancora sostengono la nostra economia attiene alla bilancia dei pagamenti, di fatti le nostre aziende siano esse esportatrici che importatrici riescono a muoversi con successo sui mercati internazionali, nonostante le stringenti normative imposte dal nostro Codice Penale che spesso impone, o ancora peggio sembrerebbe imporre, vincoli nell’operatività delle nostre imprese ed ancor più ai manager che le rappresentano.
Il caso maggiormente eclatante, almeno per le somme rilevate, concerne il rinvio a giudizio del Dott. Paolo Scaroni e del Dott. Claudio Descalzi assieme ad altri 11 manager nonché alle due note multinazionali del petrolio: ENI e Shell, da parte del G.U.P. milanese Dott.ssa Giuseppina Barbara per il caso di una presunta maxi tangente da un miliardo e trecento milioni di dollari, volta all’ottenimento di una importante concessione petrolifera in Nigeria: il giacimento Opl 245. 
Ma questa eccessiva attenzione da parte della nostra magistratura sulle attività estere delle nostre imprese ha già avuto in passato altri noti protagonisti, infatti quando l’allora Finmeccanica S.p.A., oggi Leonardo S.p.A., era rappresentata dall’ing. Giuseppe Orsi, al tempo Presidente ed Amministratore Delegato, mentre la sua partecipata Augusta Westland aveva quale A.D. l’ing. Bruno Spagnolini, entrambi questi amministratori vennero rinviati a giudizio per corruzione internazionale e frode fiscale, per una fornitura di 12 elicotteri AW101 al governo indiano, e poi, solo dopo anni di indagine e di processi, lo scorso 8 gennaio sia l’ing. Orsi che l’ing. Spagnolini venivano prosciolti dalla III Sezione della Corte di Appello di Milano.

Si potrebbe così ipotizzare, il condizionale naturalmente è d’obbligo, che anche la succitata vicenda ENI-Nigeria, esperite le debite indagini, potrà avere col tempo una simile conclusione. Nel frattempo la prima udienza innanzi al Tribunale competente si è tenuta lo scorso 5 marzo, anche se talune incertezze sull’esito dell’azione penale promossa dai P.M. dott.ri Spadaro e De Pasquale sussisterebbero realmente.
In primo luogo l’azionista di maggioranza relativa ovvero il Ministero dell’Economia e delle Finanze, in proprio e tramite la Cassa Depositi e Prestiti, ha nel frattempo promosso il Dott. Descalzi alla carica di Amministratore Delegato della compagnia petrolifera, mentre al tempo degli ipotizzati reati ascrittigli, era il responsabile della divisione Exploration & Production, rinnovandone così la piena fiducia, come per altro confermato da una nota ufficiale della stessa ENI.

Eni Claudio Descalzi

Ma ancor più di questo, è il netto contrasto tra le normative vigenti nel nostro paese e quelle dell’Africa subsahariana che lascia perplessi. Molti tra i grandi paesi produttori ma soprattutto esportatori di petrolio greggio o di gas naturali, sono paesi di religione islamica, dunque sottoposti alla legge coranica: la Sha’riah; oppure a normative imposte forzosamente da governi locali molto spesso di scarsa valenza democratica, dunque la possibilità di poter operare in queste aree di sicuro interesse per la nostra economia, talvolta collide con le nostre normative strettamente codificate che possono rendere inefficaci anche le migliori politiche di penetrazione commerciale.

Inoltre vi è ancora un’ulteriore questione che riguarda le leggi italiane, ovvero se queste ultime possono essere effettivamente infrante ove la presunzione di reato va ad indagare su atti e comportamenti posti in essere al di fuori dei confini nazionali. Senza entrare in alcun modo nel procedimento sopra citato, ove naturalmente sarà la magistratura a svolgere le debite indagini, veniamo a precedenti procedimenti giudiziari, i quali alla fine del loro lungo iter procedurale si sono conclusi con delle sentenze assolutamente contrastanti.

Il Dott. Paolo Scaroni al tempo in cui era Amministratore Delegato dell’ENI (dal 2005 al 2014) venne indagato, rinviato a giudizio ed alla fine assolto per le vicende Saipem in Algeria, ed ora nonostante il verdetto assolutorio nuovamente rinviato a giudizio per la stessa vicenda.
La corruzione è sicuramente un reato gravissimo, ancor più la “corruzione internazionale” ma nello specifico si tratta realmente di un reato? L’ENI è il sesto gruppo petrolifero mondiale per volume di affari, con un fatturato di oltre 55 miliardi di euro, è quotata sia nell’indice FTSE MIB della Borsa di Milano che al NYSE a New York, è mai pensabile che alla guida di un gruppo di tali dimensioni vi possano essere dei corruttori, per altro controllati da rigidissimi organi di vigilanza. Agli operatori del settore appare molto più comprensibile come queste aziende, comunemente denominate “multinazionali” debbano necessariamente operare sui mercati internazionali secondo logiche che spesso sfuggono alle nostre norme rigidamente codificate.

Giuseppe Orsi

Ora è facilmente comprensibile come voci economiche di tale rilevanza mettano in allarme la nostra magistratura, che rileva così la necessità di entrare nel merito di talune transazioni di ingente valore economico, ma questi importi sono elementi di una fattispecie corruttoria o più semplicemente il sovrapprezzo inevitabilmente necessario per aggiudicarsi una concessione petrolifera? La “bolletta energetica” pesa in maniera decisamente notevole sulla nostra bilancia dei pagamenti, e serve oltre che a tutta l’industria manifatturiera, alla agricoltura ed al “terziario”, ma anche ai cittadini sia per l’autotrazione che più semplicemente per ogni uso domestico.

Forse anche su questi sostanziali elementi bisognerebbe ponderare andando oltre la mera applicazione del codice, infatti queste complesse transazioni con i loro gravosi “sovrapprezzi”, portano spesso significativi benefici sia alle nostre imprese, sia ai singoli cittadini.

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