Con i raid sui “narco-scafi”, il Pentagono cambia registro: eliminare per difendere.
(Foto: Il Segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, quando lavorava alla Fox).
Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha lanciato un messaggio chiaro e crudo: la guerra ai narcotrafficanti non sarà fatta con arresti o processi — ma con attacchi letali, senza pietà. In un discorso pubblico ha dichiarato che gli Stati Uniti «hanno appena cominciato» a colpire i “narco-terroristi”, e che continueranno a farlo finché la droga minaccerà il loro popolo.
Una campagna globale: mare, Caraibi e Pacifico
Dal settembre 2025, nell’ambito dell’operazione nota come Operation Southern Spear, la Marina Usa e forze speciali hanno intensificato un ciclo di raid contro imbarcazioni accusate di traffico di stupefacenti nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico.
Secondo dati del Pentagono, le operazioni hanno distrutto decine di presunte “navi-narco” — con un bilancio di almeno 80 morti, decine di strike confermati e un’escalation costante nelle ultime settimane.
Il caso del 2 settembre: il “double tap” che scuote Washington
Il caso più controverso risale al 2 settembre 2025, quando una imbarcazione sospetta è stata prima bombardata, poi — secondo fonti giornalistiche — un secondo attacco ha colpito due sopravvissuti che si trovavano in acqua. Fonti vicine all’operazione sostengono che fu un ordine di “uccidere tutti”.
In una recente conferenza, Hegseth ha confermato di avere visto il primo strike, ma ha dichiarato di non aver notato sopravvissuti. La decisione dell’ammiraglio responsabile fu — secondo lui — “corretta” per eliminare la minaccia.
Un cambio di paradigma: dalla lotta al narcotraffico alla guerra permanente
Con questo tipo di operazioni, ciò che cambia non è solo la scala — è la logica. Hegseth definisce i narcotrafficanti come “terroristi” e giustifica attacchi letali in alto mare come parte di un impegno militare permanente.
Questo approccio elimina ogni distinzione tra criminalità comune e guerra: non serve una prova di condanna, non serve un processo. Basta l’intelligence, un sospetto, e le regole del conflitto sembrano essere calate su casi di traffico di droga come su teatri di guerra. Un cambiamento che gli esperti legali — e alcuni alleati internazionali — guardano con profonda preoccupazione.
Le reazioni: shock, richieste di trasparenza, accuse di crimini di guerra
Il “double strike” del 2 settembre ha fatto esplodere una crisi politica: alcuni parlamentari statunitensi — anche repubblicani — chiedono la pubblicazione del video integrale e l’avvio di indagini indipendenti. Definirono l’azione come “profondamente inquietante” e potenzialmente illegale.
Organizzazioni per i diritti umani e giuristi internazionali fanno notare che attaccare naufraghi o sopravvissuti disarmati può configurare un crimine di guerra. Eppure, il governo di Washington sembra deciso a proseguire: secondo Hegseth, è la risposta necessaria a una minaccia che “avvelena” la società americana.
Quello che significa per il mondo — e per noi
- Si assiste a una ridefinizione del concetto di “guerra”: non più scenari geopolitici o macropolitici, ma traffico di droga e narco-cartelli diventano obiettivi militari diretti.
- La soglia del possibile si abbassa: basta un sospetto, una “intelligence”, e la prontezza a colpire diventa prioritaria, attenuando o ignorando diritti e procedure.
- L’effetto destabilizzante potrebbe non limitarsi ai Caraibi: lo spettro di interventi militari fuori dai confini tradizionali fa tremare la diplomazia e mette in discussione convenzioni internazionali sul diritto di guerra.
- La trasparenza e la rendicontazione diventano fondamentali: se il “nemico” può essere eliminato senza processo, il confine tra legalità, abuso e terrore si assottiglia pericolosamente.
In un mondo in cui la crociata anti-droga viene militarizzata, la guerra assume modalità che non conoscono pietà. E la domanda che dobbiamo porci è semplice quanto urgente: dove finisce la sicurezza e comincia la giustizia?