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Iran, spari e blackout: morti, collasso ospedali e appello artisti

- di: Marta Giannoni
 
Iran, spari e blackout: morti, collasso ospedali e appello artisti
Iran, spari e blackout: ospedali al collasso e l’appello degli artisti

Proteste dilagano, le forze aprono il fuoco mentre gli ospedali di Teheran e Shiraz sono in “modalità di crisi”. Registi e artisti esiliati chiedono alla comunità internazionale di dare voce al popolo.

(Foto: fotomontaggio sui disordini in Iran). 

La repressione in Iran si stringe come un manto di piombo sulle strade e sulle corsie degli ospedali. Continuano da oltre due settimane le proteste contro il regime della Repubblica Islamica, innestate da una crisi economica profonda e dall’insofferenza per la perdita delle libertà civili. La risposta delle forze di sicurezza è stata brutale: spari con munizioni vere, arresti di massa e la totale interruzione di internet e delle linee telefoniche per nascondere ai cittadini e al mondo ciò che accade.

Secondo la BBC, medici degli ospedali principali di Teheran e di Shiraz hanno descritto la situazione interna alle strutture come “in modalità di crisi”, con un afflusso massiccio di feriti alle teste e agli occhi, indicativi di proiettili veri utilizzati dalle forze ordinarie. In alcuni casi, i chirurghi sono stati richiamati per gestire esclusivamente emergenze mentre le operazioni programmate venivano sospese per mancanza di personale.  

Le stime più attendibili parlano di almeno 65 morti e oltre 2.300 arresti dall’inizio delle proteste, secondo la Human Rights Activists News Agency. Tuttavia fonti mediche interne a Teheran riferiscono che solo sei ospedali della capitale hanno registrato oltre 217 morti per ferite da armi da fuoco, suggerendo un bilancio potenzialmente assai più grave.         

La magistratura iraniana ha rincarato la dose: il procuratore generale ha ribadito che chi manifesta rischia di essere accusato di “mohareb”, cioè nemico di Dio, reato punibile con la pena di morte. Questo provvedimento riguarda non solo chi partecipa alle manifestazioni ma anche chi, a vario titolo, sostiene i protestatari o danneggia beni pubblici.

Sul versante civile e culturale, una voce potente si è levata contro la repressione. I registi iraniani Jafar Panahi e Mohammad Rasoulof, entrambi pluripremiati e perseguitati dal regime, hanno pubblicato oggi, 10 gennaio 2026, un appello congiunto in cui condannano l’uso del blackout come “strumento palese di repressione” volto a nascondere la violenza e invitano la comunità internazionale, le organizzazioni per i diritti umani e i media ad “attivare canali di comunicazione e monitoraggio per non lasciare il nostro popolo indifeso.”  

Da più parti della diaspora iraniana arrivano messaggi di solidarietà e richiami d’azione. L’artista Soheila Sokhanvari, nota per i suoi ritratti di donne ribelli, ha scritto che “in Iran persone innocenti e disarmate sono sottoposte alla forza brutale e ai proiettili veri… questa è una rivoluzione”. Il comico Omid Djalili ha rilanciato su Twitter hashtag come #IranProtest2026 e #IranRevolution2026, affermando che “c’è stato un cambiamento radicale”.

Anche l’attrice Golshifteh Farahani, simbolo di resistenza culturale iraniana, ha espresso il suo sostegno: “L’Iran è di nuovo in fiamme. Il mio cuore batte con il popolo iraniano”, ha scritto sui social, rimarcando quanto profonda sia la frattura tra società civile e istituzioni politiche.

Il blackout totale dei servizi digitali, confermato anche da NetBlocks e altre ONG, dura da oltre 36 ore in molte regioni, limitando pesantemente ogni tentativo di informare l’esterno e di organizzare soccorsi o fughe dalle zone più calde.  

Nonostante queste restrizioni, la piazza continua a mobilitarsi, ed emerge un paradosso doloroso: in un paese dove la repressione punta a spegnere voci e immagini, sono proprio le cronache dagli ospedali, i messaggi satellitari e gli appelli artistici a tenere viva la testimonianza di ciò che accade.

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