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Macron boccia l’intesa Ue‑Usa: “Non è finita qui”

- di: Vittorio Massi
 
Macron boccia l’intesa Ue‑Usa: “Non è finita qui”

Il presidente francese sconfessa von der Leyen e accusa l’Europa di essersi piegata a Trump. Berlino si sfila, Roma prende tempo. E l’accordo commerciale rischia di esplodere prima ancora di entrare in vigore.

(Il presidente francese Macron con la contestatissima presidente della commissione UE, von der Leyen).

La Francia rompe il fronte: “Accordo sbagliato, metodo inaccettabile”

«Non è finita qui». Le parole di Emmanuel Macron rimbombano nelle sale dell’Eliseo come un avvertimento diretto tanto a Donald Trump quanto a Ursula von der Leyen. L’intesa raggiunta tra Unione Europea e Stati Uniti il 27 luglio in Scozia, che prevede dazi fissi al 15% su una vasta gamma di prodotti europei, sta già traballando. Per il presidente francese, si tratta di un patto “squilibrato”, chiuso “in un contesto privatistico” e con una postura europea “non all’altezza”.

«L’Europa – ha affermato Macron durante il Consiglio dei ministri – non si considera ancora una forza sufficientemente potente. Per essere liberi, dobbiamo essere temuti. E non siamo stati temuti abbastanza».

Il caso del golf club e l’immagine della sconfitta

A irritare Parigi non è solo il contenuto dell’accordo, ma anche la scenografia. Il vertice si è svolto infatti nel resort personale di Trump in Scozia, ben lontano dai contesti istituzionali europei. Un gesto simbolico che, secondo la portavoce del governo francese Sophie Primas, «ha proiettato un’immagine di sottomissione». E ha aggiunto: «Avremmo preferito un confronto aperto in sede ufficiale, non una stretta di mano in un campo da golf».

Il malcontento non è più solo francese. Anche la Germania, inizialmente più prudente, ha iniziato a smarcarsi. Il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato: «Non ci sono le condizioni per considerare quest’intesa un successo. È un compromesso forzato, firmato in un momento di debolezza collettiva».

Italia in equilibrio, ma le imprese protestano

In Italia, la premier Giorgia Meloni mantiene una linea più attendista. Fonti di Palazzo Chigi parlano di un testo “ancora migliorabile”, mentre Confindustria ha chiesto esenzioni urgenti per il settore automotive, farmaceutico e per i prodotti alimentari a marchio DOP.

Soprattutto la filiera del vino e quella dell’agroalimentare sono allarmate: le tariffe previste al 15% rischiano di costare al Made in Italy centinaia di milioni di euro in export. Coldiretti ha stimato un impatto potenziale da 650 milioni annui, se non verranno introdotte deroghe strutturali.

Un’intesa ancora incompleta e piena di incognite

Sul piano tecnico, l’accordo resta vago. Nessun documento vincolante è stato ancora reso pubblico. La dichiarazione congiunta definitiva dovrebbe arrivare il 1° agosto, ma alcuni passaggi restano controversi:

  • il ruolo delle “clausole di reciprocità”;
  • l’attuazione di un fondo Ue da 600 miliardi per stimolare la produzione interna;
  • la parte energetica, che prevede un piano di acquisti europei per 750 miliardi di dollari da fornitori statunitensi (gas, nucleare, oil), con la promessa – non obbligatoria – di azzerare le importazioni dalla Russia entro il 2027.

La vicepresidente della Commissione Teresa Ribera ha tentato di difendere von der Leyen, puntando il dito sui governi: «Pochi hanno avuto il coraggio di opporsi al 5% del Pil in spese Nato voluto da Trump, ora si lamentano di un accordo frutto di quella stessa sudditanza».

La risposta francese: “Serve una strategia offensiva”

Parigi non si limiterà alla protesta. Macron ha fatto sapere che la Francia spingerà per attivare il cosiddetto “strumento anti-coercizione”, un meccanismo europeo che consente ritorsioni contro Paesi terzi che esercitano pressioni ingiustificate. Ma per farlo serve la maggioranza qualificata del Consiglio Ue, e qui le divisioni tra i 27 rischiano di paralizzare tutto.

Il governo francese mira inoltre a ottenere nuove esenzioni nei prossimi mesi. Oltre a salvaguardare vino, champagne e formaggi, Macron ha chiesto di riequilibrare gli scambi con un ampliamento delle deroghe ai servizi, in particolare quelli digitali e finanziari.

L’accordo che divide: stabilità o sottomissione?

Dalla Commissione europea si continua a difendere l’intesa con toni prudenti: «Abbiamo garantito stabilità e prevedibilità agli esportatori» ha dichiarato un portavoce dell’esecutivo.

Ma l’immagine che ne esce è quella di un’Europa divisa, timorosa, incapace di presentarsi come blocco compatto. Il presidente americano ha sfruttato queste crepe: ha preteso – e ottenuto – una firma simbolica nel suo terreno di gioco, con regole fatte su misura. E con un messaggio implicito: o accettate, o vi punisco.

Prossima tappa: agosto bollente per Bruxelles

L’intesa sarà congelata per sei mesi, ma l’approvazione formale deve ancora arrivare. Il Parlamento europeo è già in fermento: i gruppi Verdi e Renew Europe hanno chiesto una sessione straordinaria a settembre per valutare l’accordo, in attesa che vengano chiariti i dettagli e pubblicati i testi ufficiali.

Nel frattempo, le imprese europee chiedono certezze. BusinessEurope ha diffuso una nota: «Senza salvaguardie concrete, l’accordo rischia di diventare un boomerang per l’industria europea». E già si parla di cause davanti alla Corte di giustizia dell’Ue.

Il quadro europeo in fermento, salgono sdegno e protesta

Macron ha acceso la miccia. Il fronte Ue si incrina, le imprese fremono, e l’intesa con gli Stati Uniti appare meno solida di quanto promesso. Se voleva essere una tregua, rischia di diventare un casus belli interno all’Europa. E quella frase pronunciata da Parigi – “non è finita qui” – somiglia sempre più a un presagio.

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