Giorgia Meloni al congresso Cgil non arretra su salario minimo e reddito cittadinanza

- di: Redazione
 
Per essere la prima volta da 'ospite d'onore', nelle vesti di presidente del consiglio, in casa della Cgil, in occasione del congresso che si sta tenendo a Rimini, Giorgia Meloni, davanti a Maurizio Landini e allo stato maggiore del sindacato, ha fatto capire che, sui temi che più le stanno a cuore, non intende retrocedere di un passo.
Quindi no al salario minimo (cavallo di battaglia di Elly Schlein) e bordate, a palle incatenate, contro il reddito di cittadinanza. Gli strali più feroci il primo ministro li ha riservati al reddito di cittadinanza che, per Giorgia Meloni, ha semplicemente fallito il suo obiettivo.

Giorgia Meloni al congresso Cgil non arretra su salario minimo e reddito cittadinanza

Quindi, ha sostanzialmente detto, non deve sorprendere che ''abbiamo deciso per una doverosa abolizione''.
Sì, ha detto proprio ''doverosa'', come a sottolineare che, davanti a quello che il reddito di cittadinanza ha fatto spendere allo Stato e i risultati che ha ottenuto, il governo non poteva fare altrimenti.
''Non credo - ha quindi detto per dare ulteriore forza al concetto - che chi è in grado di lavorare debba essere mantenuto dallo Stato''.
Il presidente del Consiglio ha poi fatto un nuovo affondo sul salario minimo, ripetendo un concetto già espresso, ovvero che la povertà non si combatte a colpi di decreto, ma creando lavoro e migliori condizioni per chi già ce ne ha uno.
''I salari - ha detto - sono bloccati da trent'anni. Dato scioccante perché l'Italia ha salari più bassi di prima del '90, quando non c'erano ancora i telefonici. In Germania e Francia sono saliti anche del trenta per cento''.
Da qui la considerazione: ''Significa che le soluzioni individuate sinora non sono andate bene e che bisogna immaginare una strada nuova''. Strada che ha indicato nel ''puntare tutto sulla crescita economica, perché sono le aziende a creare ricchezza''. Alla fine la stoccata alle misure adottate nel recente passato che, per il governo, non sono state efficaci: ''Allo Stato tocca il dovere di creare le regole, la povertà non si abolisce con i decreti''.
Con tanti, subliminali, saluti al reddito di cittadinanza.
Davanti ad una platea che certo non si è riscaldata alle parole del premier, pur non contestandolo (come hanno fatto coloro che, prima del suo intervento, hanno abbandonato in segno di dissenso), Giorgia Meloni ha difeso anche la riforma del fisco, duramente contestata, a cominciare dai sindacati, molto critici, oltre che sul contenuto, anche sul fatto che le parti sociali siano state messe a conoscenza della sua articolazione solo poche ore prima del suo arrivo in consiglio dei ministri, quindi con l'impressione che la sua architettura fosse non trattabile.

Giorgia Meloni ha mostrato la sua sorpresa che la riforma del fisco ''sia stata frettolosamente bocciata da alcuni''.
Con essa, ha detto, il governo vuole ''consegnare agli italiani una riforma complessiva che riformi l’efficienza della struttura delle imposte, riduca il carico fiscale e contrasti l’evasione, che semplifichi gli adempimenti e crei un rapporto di fiducia fra Stato e contribuente''.
Nel suo intervento, Giorgia Meloni ha anche dato spazio al versante squisitamente politico della sua presenza a Rimini e lo ha fatto celebrando il ricordo di Argentina Altobelli che della Cgil è stata una delle fondatrici. Un riferimento che è forse giunto inatteso per l'uditorio. ''Oggi - ha detto il presidente del Consiglio - è il 17 marzo, quando si celebra la nascita statutaria della nostra nazione e penso che questa possa essere l’occasione per celebrarla. La contrapposizione ha un ruolo educativo per le comunità, ma l’unità segna il comune destino. Noi lavoriamo partendo da differenti condizioni, ma il confronto è fondativo. Argentina Altobelli, tra i fondatori della Cgil, diceva: 'La mia vita è stata guidata dal pensiero e dalla coscienza'''.
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