Cronache dai Palazzi: la Lega lotta per ''sopravvivere'' a Giorgia Meloni e si deve anche guardare da Forza Italia

- di: Redazione
 
Se ci fosse un modo di verificare l'intensità e, soprattutto, la sincerità di quella che si definisce lealtà politica bisognerebbe forse rivederne i parametri, almeno a vedere quel che sta accadendo in seno alla maggioranza di governo, dove, un giorno sì e l'altro pure, la Lega sta portando avanti una vera e propria campagna di sganciamento con vista Bruxelles.
Uno ''sganciamento'' non dalla maggioranza di governo (come direbbero a Napoli, ''cca nisciuno è fess''), ma dalla visione di coesione che viene esibita verso l'esterno e che, evidentemente, è vista dalla Lega come la sola strada rimastale per evitare di ridursi a semplice valletto del primo ministro.

La Lega lotta per ''sopravvivere'' a Giorgia Meloni

È ormai abbastanza chiaro che Matteo Salvini e la leadership del movimento (mai come oggi frammentato e anche diviso, soprattutto su base territoriale) hanno ben chiaro il pericolo che l'esito della consultazione per eleggere il Parlamento europeo potrebbe dimostrarsi a dir poco punitivo, visti i risultati delle più recenti consultazioni che hanno visto la Lega subire umilianti sconfitte.
Che poi Salvini dica che in Abruzzo la Lega ha preso 49 mila voti (dimenticando di citare i tanti presi cinque anni fa, molti di più di quelli della scorsa settimana), che in sostanza hanno distanziato i due candidati, favorendo Marsilio, è un apprezzabile tentativo di mostrarsi come necessario alla maggioranza. Verso cui ripete eterna fedeltà, anche se spesso i fatti contraddicono le parole, come dimostrato da quanto accaduto al Senato.

Palazzo Madama ha bocciato, a maggioranza che si può anche definire schiacciante, l'emendamento che la Lega aveva presentato per cancellare il tetto del terzo mandato per i presidenti di Regione. Un emendamento con vista Veneto e che andava chiaramente contro i desiderata di Giorgia Meloni.
L'esito del voto è stato inequivocabile, perché oltre alla Lega a dire sì c'è stata solo Italia Viva (con l'astensione dei tre senatori dell'Svp). Il risultato è stato da partita di basket degli anni '50: 112 contro 26. E un'altra bocciatura è venuta per un successivo emendamento leghista, che chiedeva che nei Comuni con almeno quindicimila abitanti il candidato che prende il 40% dei voti possa diventare sindaco senza passare per il ballottaggio. Emendamento poi trasformato in ordine del giorno, che, come si sa, ha valore spesso simbolico.
Guardando alle mosse di Salvini e della Lega è abbastanza evidente che la ricerca di marcare le differenze rispetto agli alleati sia ormai diventata una strategia, che non ha bisogno di fatti contingenti, muovendosi trasversalmente su molti argomenti e settori, sui quali spesso non si avrebbe nemmeno titolo ad intervenire.
Va da sé che il cammino di questo governo non può avere alternativa che stare insieme, sebbene per forza. Perché la politica è scienza inesatta e quindi quel che è oggi il ''sentiment'' del Paese, tutto mirato al centro-destra, potrebbe mutare nel momento in cui, venendo al pettine i nodi delle promesse elettorali non ancora attuate, la posizione della coalizione sarebbe a rischio di pericolosi scricchiolii.
Ciascuno, nelle fasi intermedie tra una elezione e l'altra, si muove in base alla propria convenienza ed è questo che sta facendo Matteo Salvini che però ormai si è reso conto di essere stretto tra due ganasce di una tenaglia. Una abbastanza scontata - Fratelli d'Italia e, quindi, Giorgia Meloni -, l'altra meno - una Forza Italia che cresce pericolosamente, almeno per la Lega -.

In una posizione di oggettiva debolezza, cui si cerca di porre rimedio con proclami e annunci che cominciano ad essere malsopportati da chi non è leghista al 100 per cento, il movimento è costretto a contarsi per capire se è compatto dietro Salvini e le sue posizioni. Perché i segnali di dissenso interno sui manifestano con sempre maggiore frequenza e intensità, come dimostra la sortita di un ''influencer'', o presunto tale, che si è dato il soprannome di Champagne, che ha chiesto a Salvini di non pensare più al Ponte sullo Stretto e a pensare ad altro, come ad esempio le condizioni imbarazzanti in cui versa l'autostrada Como-Chiasso.
Si dirà che ormai di sparate simili sul web se ne trovano quotidianamente a centinaia, forse migliaia, poichè la Rete concede a tutti - colti o ignoranti - di servirsene. Questo Champagne, nella vita lontano dai video, ha come nome Filippo e come cognome Romeo.

Stesso cognome del capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo.
Una coincidenza che si potrebbe definire bizzarra se non si sapesse che Filippo e Massimiliano Romeo sono fratelli, senza che questo significhi che il politico condivida quel che dice l'altro.
Come frequenti e intense solo le perplessità di alcune recenti mosse in ottica elettorale, come la spudorata corte che si sta facendo al generale Vannacci e l'arruolamento di Aldo Patricello, recordman di preferenze per Forza Italia alle europee del 2019 e ora in corsa a tornare a Bruxelles sotto la bandiere della Lega. Ora cosa c'entrino Vannacci e Patricello con le radici del pensiero padano è un interrogativo che interessa poche persone, che però sono tutte leghiste.
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